Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto
Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto

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Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto

Direzione:

Francesca Lamberti

Dipartimento di Scienze Giuridiche, Università del Salento

Complesso Ecotekne, Via per Monteroni

73100 Lecce

 

Edizioni Grifo

Via Sant'Ignazio di Loyola, 37 

73100 Lecce

 

quadernilupiensi@gmail.com

direzione.edizionigrifo@gmail.com

LIBRI PERVENUTI 2019

Libri pervenuti alla redazione

(a cura di Annarosa Gallo)

 

 

 

Riccardo Astolfi, Il matrimonio nel diritto della Roma preclassica, L’Arte del diritto 42, Jovene, Napoli 2018, pp. XII-524, ISBN 9788824325776.

 

Andrea Balbo – Pierangelo Buongiorno – Ermanno Malaspina (Hrsg.), Rappresentazione e usi dei senatus consulta nelle fonti letterarie della repubblica e del primo principato, Acta Senatus – Reihe B Studien und Materialien, Band 3, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2018, pp. 530, ISBN9783515119443.

 

Massimo Basilavecchia – Lucio Parenti (a c. di), Scritti in ricordo di Giovanna Mancini, Tomo I-II, Edizioni Grifo, Lecce 2019, pp. 1064, ISBN 9788869941962.

Ci sono più piani che si intersecano nelle linee tematiche dei due tomi che l’Università degli Studi di Teramo ha voluto intitolare alla memoria di Giovanna Mancini: quello della romanista, quello del suo impegno civico, quello della sua eredità giuridica e spirituale. L’omaggio postumo non è solo un riconoscimento verso chi ha comunque lasciato una traccia materiale e immateriale, ma altresì uno strumento per testimoniare una vicinanza e un legame che vanno oltre l’eco delle parole e degli scritti. Poco più di mille pagine, con continui cambi di prospettiva e di angolazione tematica, costituiscono un contributo che è sia ricostruttivo, sia esemplificativo, sia interpretativo dei campi di indagine che hanno visto all’opera Giovanna Mancini, espressione di una personalità complessa, appassionata e coerente con il suo modo di essere e di sentire il passato e il presente. Amici, docenti, colleghi, studiosi, hanno aderito all’invito di fornire una testimonianza che andasse oltre la rievocazione e scansasse il rischio sempre presente, in casi come questo, di lasciarsi scivolare verso il testo apologetico, in trasparenza o in controluce poco importa.

Dal diritto romano al diritto contemporaneo, sfilano così elaborazioni e rielaborazioni non prive di originalità mirate a fornire elementi in grado di metter a fuoco quanto Giovanna Mancini ha dato all’università, alla ricerca, al consorzio civile, ai quali ha dedicato il suo tempo e le sue energie. Spicca nel mare magnum dei contributi l’attualità di argomenti quali tolleranza e intolleranza, le nuove forme di schiavitù, le utopie, le politiche migratorie, la questione femminile, lo Stato pervasivo e quello inane, tra modelli giuridici e modelli comportamentali: l’incardinamento di storia e cronaca alla mediazione del diritto che da un lato disciplina e dall’altro esplica, schiudendo le porte alla comprensione delle fenomenologie. Un affresco di ampio respiro ma costruito sul puntillismo, in cui ogni singolo elemento è un microcosmo da incasellare in una creazione più ampia e complessa. Ne risulta una retrospettiva esauriente che si snoda attraverso quarantaquattro interventi introdotti dalla prefazione dei curatori Massimo Basilavecchia e Lucio Parenti.

L’articolazione del volume prescinde da un’intelaiatura tematica rigida, privilegiando al contrario una serie di sguardi prospettici, a carattere persino rapsodico, che si addentellano ora in maniera mirata ora analogica ora per derivazione agli ambiti di indagine della produzione scientifica e dei contributi didattici di Giovanna Mancini, ricordata, in apertura e quasi aforisticamente da Francesco Amarelli nella fase di transizione dall’esperienza studentesca agli itinerari verso la cattedra universitaria. I saggi interdisciplinari si susseguono dunque in maniera indipendente, andando a disegnare un quadro più composito e dipanandosi a raggiera, con una generalità che, lungi dall’essere dispersiva, diventa al contrario segno distintivo e caratterizzante. È proprio questa apparente generalità a rispecchiare fedelmente il carattere e la sfera di interessi della docente, che spaziava dalla romanistica alla contemporaneità, perché mossa da una passione verso la conoscenza che non poteva essere confinata nei perimetri per lei troppo angusti della specializzazione, sulla quale mostrava, comunque, in ogni circostanza padronanza, lucidità di pensiero e rigore analitico. Ecco perché i due tomi non vanno considerati come una semplice per quanto ricca silloge, a testimonianza dell’impegno dell’Università degl Studi di Teramo e di quanti hanno fornito i loro contributi, quanto piuttosto come uno spaccato esaustivo. Un percorso elaborato che conduce dall’esperienza romana ai problemi socio-politici della contemporaneità, filtrati con la sensibilità e la profondità che Giovanna Mancini riservava alla ricerca lungo le radici del sapere e dell’humanitas, nonché delle tipologie degli ordinamenti edificati nei secoli dalle architetture della civiltà occidentale con i mattoni della coerenza stilistica e, a volte, pure del contrasto e delle contraddizioni. [L. Sandirocco]

 

Alice Borgna, Ripensare la storia universale. Giustino e l’Epitome delle Storie Filippiche di Pompeo Trogo, Spudasmata 176, Georg Olms Verlag, Hildesheim 2018, pp. 294, ISBN9783487156606.

 

Pierangelo Buongiorno – Sebastian Lohsse – Francesco Verrico (Hrsg.), Miscellanea senatoria, Acta Senatus – Reihe B Studien und Materialien, Band 4, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2019, pp. 281, ISBN9783515121330.

 

Giuseppe Camodeca, Puteoli romana: istituzioni e società. Saggi, Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’, Unior Press, Napoli 2018, pp. 606, ISBN9788867191352.

 

Luigi Capogrossi Colognesi – Francesca Cenerini – Francesca Lamberti – Mario Lentano – Giunio Rizzelli – Biagio Santorelli, Anatomie della paternità. Padri e famiglia nella cultura romana, Iuridica historica 9, Edizioni Grifo, Lecce 2019, pp. 159, ISBN9788869941979.

 

Francesco Castelli – Stefano Vinci (a c. di), Giuseppe Capecelatro. Esperienza politica, attività pastorale e magistero culturale di un vescovo illuminato, Collana Mezzogiorno tardoantico, medievale e moderno 5, Congedo Editore, Galatina 2018, pp. 257, ISBN9788867662173.

 

Amelia Castresana (a c. di), 800 Años de historia a través del derecho romano, Aquilafuente 252, Ediciones Universidad Salamanca, Salamanca 2018, pp. 306, ISBN9788490129432.

 

Emmanuelle Chevreau – Carla Masi Doria – Johannes Michael Rainer (dir.), Mélanges en l’honneur de Jean-Pierre Coriat, Éditions Panthéon-Assas, Paris 2019, pp. 1014, ISBN9782376510116.

 

Alessandro Corbino, Rigore è quando arbitro fischia. Il mito della legalità, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. VI-106, ISBN9788824325769.

 

Roberto Cristofoli, Caligola. Una breve vita nella competizione politica (anni 12-41 d.C.), Studi sul Mondo Antico 9, Le Monnier Università – Mondadori Educational, Milano 2018, pp. IX-184, ISBN9788800749114.

 

Maria Floriana Cursi (a c. di), XII Tabulae. Testo e commento, I-II, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2018, pp. XVI-882, ISBN9788824325905.

Michel Humbert, La loi des XII tables. Édition et commentaire, Sources et documents pubbliés par l’École française de Rome 7, École française de Rome, Rome 2018, pp. 952, ISBN9782728313488.

Donatella Monteverdi, La questione decemvirale. Itinerari e risultati di una complessa vicenda storiografica, Wolters-Kluwer-Cedam, Milano 2019, pp. XXVIII-526.

 

Il codice decemvirale ha generato, nel corso dell’ultimo anno, una serie di importanti monografie, delle quali si può dare conto in questa sede solo in modo essenziale: i risultati di ricerca cui essi conducono appaiono, anche solo a uno sguardo superficiale, di vastità tale che solo negli anni a venire sarà possibile valutarne adeguatamente la portata e la ‘tenuta’. Il volume a cura di Maria Floriana Cursi, XII Tabulae, sin dalle prime battute rende chiara la rinuncia (intenzionale) ad una ricostruzione palingenetica del testo. «La novità nell’impostazione consiste nel trattare in maniera unitaria alcuni temi che ricorrono in più norme decemvirali, con l’obiettivo di far emergere le connessioni tra le singole disposizioni, coinvolgendo nella riflessione i profili sociali, culturali ed economici del contesto … il lavoro consiste in una trattazione organizzata per temi piuttosto che in un commentario alle singole norme decemvirali» (p. XV). In tale ottica risulta dunque strutturata la ricerca, distribuita su due volumi. C. Cascione affronta Il contesto storico della legislazione decemvirale (p. 1-30), portando l’attenzione, oltre al conflitto fra ordini, sull’ambasceria, su Ermodoro e sul «significativo contatto con matrici greche», nonché sul racconto annalistico relativo al primo e al secondo decemvirato. O. Diliberto, La palingenesi decemvirale (p. 31-44) torna sulla propria ‘innovativa’ teoria palingenetica che, diversamente da Godefroy, si fonda su una diversa valorizzazione del commento gaiano alle XII e delle testimonianze dalle Noctes Atticae gelliane. R. Fiori affronta in un densissimo contributo il tema del Processo privato (p. 45-149) i versetti dedicati alla in ius vocatio, alla manus iniectio ‘stragiudiziale’ a cura dell’attore, a vades e subvades, a forcti e sanates (che reputa non impossibilmente parificati ai nexi), a luoghi e tempi della fase apud iudicem, alla diei diffissio, allo status dies cum hoste (la cui ricostruzione è quella canonica), a testimoni e obvagulare, alle singole legis actiones con particolare attenzione a quelle di carattere esecutivo: il partes secare è anche nella sua visuale «la spartizione delle carni del debitore» (p. 127). Al Matrimonio e la condizione della donna è dedicato il contributo di I. Piro (p. 151-188), con preziosi rilievi, fra l’altro, sulla testimonianza concernente il rapporto fra la uxor e la paelex, con possibile coesistenza in epoca arcaica di unioni di diversa natura in capo allo stesso pater familias. Note poi le sue idee quanto all’ ‘usu’ in manum convenire e sul trinoctium, sintomo di un riconoscimento di ‘autonomia’ della figura femminile sin da età (pre)decemvirale.  A La famiglia e i poteri del pater è dedicato il contributo di Th. A.J. McGinn (p. 189-229): dopo un’attenta disamina delle diverse posizioni dottrinali in materia di patria potestas (che oscillano sostanzialmente fra quella ‘assolutistica’ sostenuta dai più e quella che ne vede invece un forte ridimensionamento già dalla prima età repubblicana), l’a. torna sui versetti delle XII che sembrerebbero implicare una vitae necisque potestas del pater familias. Per concludere che le limitazioni apposte al ius occidendi e al ius vendendi sarebbero da rinvenire proprio nell’operato dei decemviri, e non ricognizione di pratiche già anteriori alla emanazione delle Dodici tavole. Di G. Finazzi i due capitoli successivi dedicati a La successione ab intestato (p. 231-296) e La tutela ab intestato (p. 297-337). Nel primo l’a., constatata la maggiore attendibilità delle fonti giuridiche quanto ai versetti decemvirali concernenti la successione legittima, ne esamina in modo ‘lemmatico’ contenuto e portata (a. Si intestato moritur, b. cui suus heres nec escit, c. adgnatus proximus familiam habeto, d. si agnatus nec escit, gentiles familiam habento), con attenta analisi e accurato vaglio delle opinioni dottrinali concernenti ciascun versetto; si ferma poi sulla successione ab intestato del patrono al liberto e sulle altre questioni concernenti la successione a quest’ultimo. Nel secondo l’a. si schiera per  quanti ammettono la presenza di una previsione legislativa concernente la tutela legittima: ne accoglie sulla base di D. 26.4.6, Paul. 38 ad ed. («intestato parente mortuo adgnatis defertur tutela») una versione del tipo «intestato parente mortuo adgnati tutores sunto / tutelam habento», e analogamente accoglie la possibilità che le XII prevedessero anche una tutela gentilizia. Si ferma altresì su profili quali l’esenzione della  virgo Vestalis dalla tutela e il divieto di usucapio delle res mancipi alienate sine tutoris auctoritate dalla donna sottoposta a tutela agnatizia, per concluderne la forte verosimiglianza di disposizioni, nelle XII, anche in materia di tutela mulierum. A La mancipatio e la mancipatio familiae è dedicato il capitolo successivo, a firma di F. Cursi (p. 339-380). L’a. muove  dalla disposizione decemvirale (Tab. VI.1) Cum nexum faciet mancipiumque, uti lingua nuncupassit, ita ius esto, della quale reputa soggetto il creditore (e non il debitore), il quale attraverso il nexum facere, si obbligherebbe a liberare il debitore (attraverso solutio per aes  et libram o manumissio) in caso di adempimento ad opera di quest’ultimo. Quanto alla aeterna auctoritas adversus hostem, l’a. ne interpreta il contenuto come allusione «alla garanzia che il mancipio dans romano deve illimitatamente rispetto al mancipio accipiens straniero munito di commercium» (il quale è impossibilitato a usucapire). Quanto alla previsione (Tab. V.3) uti legassit super pecunia tutelave suae rei, ita ius esto, l’a. pare ricondurla senza soluzione di continuità alla mancipatio familiae descritta da Gaio (generando sul punto nel lettore convinto dell’assenza della mancipatio familiae in età decemvirale il desiderio di comprendere meglio il collegamento intravisto dall’a. tra il versetto in esame – che i più reputano riferirsi a disposizioni mortis causa a titolo particolare – e la mancipatio familiae). Il contributo di L. Parenti è imperniato Sul regime della parziarietà in presenza di più eredi (p. 381-400). Prendendo le mosse da C. 3.36.6 (Gord. s. a.) per cui ea quae in nominibus sunt … ipso iure in portiones hereditarias ex lege duodecim tabularum divisa sunt, l’a. supera preliminarmente i dubbi di chi reputa non decemvirale la disposizione (Korošek, Crawford). Aderisce a quantti reputano la disposizione come strettamente legata con l’actio familiae erciscundae: la divisione dell’eredità comporta necessariamente anche la divisione dei nomina hereditaria (con l’intento di dissolvere rapidamente i consorzi agnatizi e gentilizi: Bonfante 1916). Tratta Il nexum e l’oportere nelle XII tavole (p. 400-424) il contributo di R. Cardilli, con ulteriori approfondimenti rispetto al lavoro di Cursi, concernenti in particolare l’oportere di età decemvirale e post-decemvirale. Ancora F. Cursi dedica l’undicesimo contributo del volume ai Rapporti di vicinato nelle XII (p. 425-448), con particolare attenzione al modello legale della servitus viae, all’actio aquae pluviae arcendae, ai rami pendenti e ai frutti che cadano sul fondo del vicino. Imperniato sul Regolamento di confini il lavoro di C. Möller (p. 449-477), con particolare riguardo alla VII tavola: si esaminano l’ambitus, le distanze di confine, l’actio finium regundorum, il confinium e così via elencando. Particolare interesse riveste la nozione di finis sia attraverso le epoche, che nelle opere letterarie, in quelle giurisprudenziali e in quelle gromatiche. Un corposo lavoro indaga Le norme di diritto criminale, a cura di M. Miglietta (p. 479-559). Prendendo le mosse dalle azioni che violano l’integrità personale e la proprietà (come malum carmen incantare, occentare, somministrare venenum malum, fruges excantare e alienam segetem pellicere, atti incendiari), passando per le regole del corretto svolgimento del processo e la repressione della corruzione giudiziale, l’a. si ferma in densi passaggi sulle ipotesi di violazione della fides (come il crimen suspecti tutoris, la sacertà del patrono, la falsa testimonianza, il controllo sulle sodalitates), per discutere poi approfonditamente il controverso contenuto della IX tabula, con le sue supposte previsioni pubblicistiche. F. Cursi affronta poi il tema de Gli illeciti privati (p. 561-646): più compatto appare il quadro decemvirale in materia delle ipotesi di iniuria  e di furtum, là dove più composito è quello invece in tema di danneggiamento. Interessante il tentativo di ricostruzione dei versetti di Tab. VIII dedicati a membrum ruptum e os fractum (tab. VIII.2: si membrum rupit, ni cum eo pacit, talio esto; tab. VIII.3: [manu fustive] si os fregit libero CCC, si servo CL poenae sunto; tab. VIII.4: si iniuria [alteri] faxsit, viginti quinque poenae sunto); oggetto di indagine assai analitica le diverse previsioni concernenti il furto; quanto al danno, l’a. si ferma sulla formula «rupitias sarcito», sulla pauperies (avendo già affrontato altrove il tema dell’aqua pluvia), su incendio e taglio di alberi. Al Regime degli interessi è poi rivolto il contributo di L. Parenti (p. 647-679) e alle delicate problematiche connesse al fenus unciarium e più in generale all’usura in età decemvirale. R. Fiori affronta ulteriormente Le forme di aggregazione sociale basate sulla ‘fides’: clientela e ‘sodalitates’ (p. 681-702) con attenzione sia alla violazione degli obblighi del patrono verso il cliens che con una densa rilettura del problema concernente le sodalitates arcaiche, evidenziandone la forte connotazione religiosa. Le norme in materia di sepoltura (p. 703-719) sono accuratamente passate in rassegna da F. Cursi. Ancora in tema di Norme di diritto pubblico è il contributo di E. Calore (p. 721-800): l’a. si schiera, con De Francisci e altri, per l’attendibilità di una previsione decemvirale concernente i privilegia e il relativo divieto di irrogazione; analogamente per l’esistenza di una disposizione de capite civis nisi per maximum comitiatum ne ferunto (che riconduce già alle leges sacratae), e per il divieto di connubium fra patres e plebeii. Quanto alla disposizione sull’ultimo iussum populi disponibile, la reputa già decemvirale e la ricostruisce nel senso quodcumque postremum populus iussisset, id ius esto. Risulta, dalla anamnesi in esame, secondo l’a., l’attendibilità del giudizio dei posteri sulle XII come fons omnis publici privatique iuris. Chiudono il volume due brevi capitoli (a firma il primo di F. Cursi, il secondo di R. Cardilli) su L’autonomia dei privati nelle XII tavole e nell’ ‘interpretatio’ (p. 801-816) e Il problema dell’elemento soggettivo nelle XII tavole (p. 817-879), con importanti riflessioni in materia di dolus ed elemento dell’agente nell’età decemvirale.

Un volume di grande importanza, strutturato su livelli tematici – che in parte si intersecano – e che non solo dà conto dello ‘stato dell’arte’ su molti dei problemi attinenti ai diversi versetti decemvirali, ma che propone in parte anche soluzioni innovative e di sicuro impatto.

Per quanto attiene all’opera di Michel Humbert, nata originariamente all’interno del gruppo di lavoro inteso alla realizzazione dell’opera collettiva dei Roman Statutes, essa ha finito per assumere dimensioni e tempi tali da non potersi più inquadrare nell’opus a cura di Michael Crawford et al. Un vero e proprio “lavoro di una vita”, come è stato, di recente, felicemente definito. Assai diversa l’impostazione rispetto ai due volumi a cura di Cursi: non tematica ma, stavolta, rigorosamente palingenetica. La prima parte dell’introduzione è dedicata alla nostra conoscenza delle XII (p. 1-22): si ferma significativamente, fra l’altro, sugli elementi essenziali alla ricostituzione (ipsissima verba e citazioni indirette), l’apporto delle fonti giurisprudenziali e il contributo delle fonti letterarie, la tormentatissima crux dell’ordine dei frammenti e i tentativi palingenetici degli umanisti, nonché sulla tesi (formulata da Oliviero Diliberto) di una successione dei versetti modellata sulla ricorrenza degli stessi nell’opera di Aulo Gellio: l’a. preferisce tuttavia non discostarsi – nella propria ricostruzione palingenetica – da quella a suo tempo proposta dagli umanisti; la seconda parte (pp. 22-39) tocca invece i profili più strutturali, concernenti l’origine e gli obiettivi della codificazione decemvirale, il contenuto (privatistico e possibilmente pubblicistico), la (presunta) ambasceria  in Grecia, la promulgazione, gli aspetti linguistici. Il tutto con mirabile capacità di sintesi, dato che le problematiche enunciate in esordio sono più in dettaglio affrontate nella parte più propriamente dedicata alla ricostituzione e al commento del testo decemvirale.

Alla ricostruzione ‘palingenetica’ dei versetti decemvirali, che distingue gli ipsissima verba (in maiuscolo) da quelli con trasmissione indiretta (in minuscolo corsivo) (pp. 41-50), e le tavole di concordanza fra la presente edizione e quelle di Schöll, Bruns e dei FIRA, fa seguito l’edizione e il commento versetto per versetto del testo decemvirale (pp. 61-841). Ciascuna disposizione è strutturata secondo la ricostruzione fornita da Humbert del versetto (là dove la stessa sia possibile), seguita dalle fonti principali da cui risulta il testo, da eventuali fonti complementari, dai motivi per la scelta della eventuale restituzione testuale e infine dal commento.  Impossibile in questa sede rendere conto della vastità delle letture (e riletture) fornite dall’a.  di ciascuna disposizione. Sarà sufficiente in questa sede fornire alcuni esempi dell’accuratezza del lavoro di Humbert, in attesa che altri – più esperti della sottoscritta – ne valorizzino come merita la vastità delle conoscenze, degli spunti e della ricerca svolta. Così, a proposito di II.1 a (in materia di legis actiones), l’a. ammette (nell’impossibilità di credere a una ‘Selbstverfluchung’ ad opera della parte che pronunci un sacramentum iniustum) che in età predecemvirale la sanzione per lo spergiuro risiedesse in un piaculum, successivamente mutatosi nella summa sacramenti (in ciò aderendo alla communis opinio) (p. 103 s.). Di particolare interesse la restituzione di XII Tab. II.2 (che l’a. presenta correttamente come ipotetica): «(nisi harunce quae causa erit): MORBVS SONTICVS … STATVS CONDICTVSVE DIES CVM HOSTE … SI QVID HORVM FVIT IVDICI ARBITROVE REOVE, IS DIES DIFFISSVS ESTO», rinunciando all’integrazione (proposta da alcuni, fra cui gli a. del volume discusso più sopra) «vitium» in posizione successiva a «horum», nel reputarla evidentemente pleonastica (p. 118 ss.). Analiticamente elencate sono poi, a proposito di XII Tab. 3.6, le diverse ipotesi succedutesi a proposito della disposizione sul «partes secare» (pp. 138-141) (suddivisione del patrimonio del debitore fra i creditori, frammentazione del cadavere del debitore, ‘distacco’ solo di una parte del corpo del debitore, devoluzione dello ‘spirito’ del debitore alle divinità infernali, divisione consensuale fra i creditori della massa patrimoniale, forma di ‘taglione’, etc.): non è possibile rinunciare tuttavia alla spiegazione tradizionale, come già icasticamente rilevato da Talamanca (Istituzioni di diritto romano 1990, 293; si v. anche Giuffrè, Studi sul debito 1999, 39 ss.): «tutti i tentativi, razionalisteggianti, dei moderni per intendere figuratamente questa norma, come rivolta al patrimonio del debitore, sono falliti». Quanto a XII Tab. IV.2a (si PATER iure FILIVM OCCIDERIT, se fraude caesus esto), l’a. ipotizza la risalenza del ius occidendi paterno a una lex regia, non ritenendo dirimente la soluzione del quesito se la iusta causa (cui fa riferimento Gai fr. August. 4.85-86) trovi il proprio fondamento nei mores o analogamente in una lex regia; quanto al consilium domesticum, Humbert aderisce alle posizioni di Volterra e Voci che respingono l’esistenza di un ‘organo’, interno alla familia, stabilmente deputato a consigliare il pater nelle sue decisioni più estreme: sarebbe invece una scelta (sempre) unilaterale del capofamiglia quella di rivolgersi (o meno) ai parenti più stretti prima di esercitare i propri poteri disciplinari nei riguardi dei sottoposti. – L’integrazione proposta del versetto XII Tab. VIII.16, <PRO FVRE DVPLIONE DAMNVM DECIDETO> (sulla scia fra altri di Pernice e Lenel), nel senso di imporre al ladro, nel quadro di un furtum nec manifestum, un risarcimento al derubato pari al doppio del valore della res furtiva, rende il pagamento del damnum un modo efficace per sfuggire all’addictio del fur al derubato (con le conseguenze già note che si applicano al debitore moroso) (p. 559). Quanto alla (pretesa)  disposizione decemvirale «Quodcumque postremum populus iussisset, id ius ratumque esset», dopo un’attenta disamina delle divergenti opinioni dottrinali in materia, si schiera per una datazione del principio al IV sec. a.C.: nella sua visuale lex  e iussum populi non si identificano; il versetto andrebbe interpretato nel senso che il iussum populi crea le condizioni perché il potere del magistrato si eserciti iure (e gli consenta dunque di svolgere le operazioni attribuite ai comizi, elezioni, trionfi, delibere quanto al ius belli), e non avrebbe dunque un legame con un’eventuale legge comiziale anteriore e difforme dall’ultimo iussum populi deliberato nell’assemblea (p. 838). Su questo come su altri temi, come è evidente, il volume di Humbert (dopo aver fornito le fondamenta dogmatiche per una ‘rilettura’ non solo palingenetica delle XII Tavole) getta le basi per vasti e futuri dibattiti dottrinali su un amplissimo novero di argomenti.

Il lavoro di Donatella Monteverdi affronta infine la questione storiografica relativa alle XII Tavole, sul filo degli ultimi secoli di storia. Dopo una breve Introduzione, il primo capitolo è dedicato agli antesignani di  Giovan Battista Vico, a quest’ultimo e alla storiografia europea del Settecento (p. 1-90): un’attenzione particolare è all’impresa palingenetica di Godefroy, alle pagine di Machiavelli, e ovviamente alla riflessione vichiana, che inaugura la ‘questione’ decemvirale. Di particolare interesse le pagine dedicate allo scetticismo vichiano sulla risalenza delle XII al V sec. a.C., sull’ambasceria in Grecia, e alla sua opinione sulla ‘gerarchia delle fonti’ in materia di Dodici tavole, che vedono in Vico una superiorità di Polibio e Cicerone rispetto a Livio e Dionigi. Il dibattito viene ripreso dagli Illuministi, e ulteriormente seguito, fra l’altro, nelle pagine di Montesquieu e Gibbon. Alla ‘dimensione ottocentesca’ del dibattito sulle XII Tavole è dedicato il secondo capitolo (p. 91-171). Peculiare risalto è dato al ruolo di Niebuhr e Mommsen e alla fede riservata dal riservata alle fonti in tema di decemvirato, alla storicità dell’ambasceria e quanto ai contenuti della legislazione decemvirale, nonché alla ‘lettura politica’ svolta dal secondo delle stesse fonti. Il rapporto con le fonti è reso più controverso dagli storici di età successiva, quali ad esempio Ludwig Lange o ‘destrutturatori’ quali G.C. Lewis. Il terzo, lunghissimo capitolo (p. 173-448), è dedicato agli sviluppi novecenteschi, e riproduce con grande dettaglio e ricchezza il primo riallacciarsi (agli inizi del Novecento) all’approccio vichiano (con ad esempio il radicalismo critico di Pais), per un successivo riaffermarsi di una difesa (da differenti prospettive, e con approcci sempre più nuanciert) delle fonti antiche: l’a. si spinge così avanti da tener presenti anche le suggestioni e le riflessioni formulate dagli autori degli altri due volumi qui segnalati. Un lavoro di densa e sottile ricostruzione, di grande utilità per chi si approssimerà d’ora in avanti alla ‘questione storiografica’ concernente le XII. [F. Lamberti]

 

 

Jean-Michel David, Au service de l’honneur. Les appariteurs de magistrats romains, Mondes anciens, Les Belles Lettres, Paris 2019, pp. 361, ISBN9782251448947.

 

Mariavittoria del Tufo – Francesco Lucrezi (a c. di), Lo spazio della donna nel mondo antico, Fondamenti del diritto antico, Editoriale Scientifica, Napoli 2018, pp. 347, ISBN 9788893914895.

La bella Collana diretta da L. d’Alessandro e A. Sandulli giunge al sesto volume con la pubblicazione di questa interessante silloge dedicata «al grande tema della posizione giuridica, sociale e culturale della donna nel mondo antico», come evidenziano i curatori in premessa (pp. 7 s.).

L’opera raccoglie buona parte dei lavori presentati il 22 maggio 2017, in occasione di un seminario organizzato dal Centro Studi sui Fondamenti del Diritto Antico. Viene aperta dallo studio di F.P. Casavola, Donne e parole (pp. 9-12) che muove dal confronto della varietà del vocabolario latino per esprimere le diverse condizioni sociali della donna (l’a. conta quattordici termini) con la povertà lessicale della lingua greca (l’a. ricorda, per indicare la donna, l’impiego della sola parola γυνή) e sviluppa un’analisi sociologica di questa differenza nel mondo antico. Lo studioso ritiene infatti «probabile che una causa di tanta distanza sia rinvenibile nella diversa genesi delle due società, patriarcale quella romana, politica quella greca» (p. 9). In quest’ottica osserva, inoltre, il processo (incompiuto) di parificazione dei due sessi – intravisto soprattutto nella legislazione imperiale (in particolare, quella giustinianea) volta a proteggere la dignitas dell’ordine sociale e della famiglia – e s’interroga sul ruolo che in tal senso sarebbe stato svolto dalla sensibilità cristiana ispirata dalla dottrina paolina (Gal. 3.25-29) sulla eguaglianza, anche tra sessi, dei cristiani.

Il volume si articola, poi, in cinque sezioni, ciascuna dedicata a una speciale condizione sociale della donna: 1) Figlia; 2) Sposa; 3) Madre; 4) Lavoratrice; 5) Intellettuale.

La prima raccoglie gli scritti di G. Greco (pp. 15-41), D. Piattelli (pp. 43-50), E. Tassi Scandone  (pp. 51-69).

Greco si occupa de Il rifiuto della figlia alle nozze in diritto attico, ebraico e romano. Dopo alcune considerazioni preliminari concernenti, tra l’altro, l’interazione tra πόλις ed οἶκος nell’ordine dei rapporti familiari, sociali e politici, l’a. tratta dell’ἐγγύη nel diritto attico, del matrimonio nella Legge d’Israele e degli sponsalia romani, sempre focalizzandosi sul tema della (ir-)rilevanza del consenso della sposa e del ruolo del padre.

L’interessante saggio di Piattelli, Il ruolo delle donne in Israele si sviluppa, poi, su cinque exempla (1. le Figlie di Zelophehad; 2. Deborah; 3. Ruth; 4. Ester; 5. Tobia, vel rectius la moglie di Ragouel) che sembrano attribuire alle donne un ruolo determinante nel corso di diverse tappe fondamentali della storia di Israele dalla fuga dall’Egitto al ritorno alla Terra di Canaan.

Tassi Scandone, quindi, si occupa di Organizzazioni familiari e condizione femminile in Etruria. Dopo alcune premesse generali, l’a. passa in rassegna le diverse testimonianze archeologiche ed epigrafiche utili per la ricostruzione della condizione della donna nella società etrusca. Paragrafi a parte sono dedicati alla Tabula Cortonensis (affrontata come attestazione del pieno coinvolgimento delle donne etrusche nelle attività economiche e giuridiche) e al caso di Cesennia, municeps Tarquiniensis, tramandato dalla Pro Caecina ciceroniana (come testimonianza della «piena capacità giuridica anche dopo la concessione della civitas Romana», p. 62). Concludono il saggio alcune considerazioni sulla condizione della donna all’interno delle organizzazioni gentilizie che descrivono il ruolo della donna come «identico e complementare a quello dell’uomo anche nella celebrazione dei culti gentilizi» (p. 68).

La seconda sezione del volume (Sposa) viene introdotta dal lavoro su I divieti cristiani del matrimonio ebraico di M. Amabile (p. 73-93), già pubblicato su Legal Roots 7, 2018, 113 ss. La studiosa si concentra sulle contraddizioni della legislazione imperiale protesa, da una parte, a limitare la libertà di culto e di esercizio delle «attività di vita comunque legate all’appartenenza al giudaismo» (p. 77), ma, dall’altra, anche a dettare norme di protezione («come il divieto di distruzione delle sinagoghe o di attacchi fisici agli ebrei», p. 77). Dopo alcuni cenni sul ruolo della donna nell’ebraismo e sul matrimonio nell’antico mondo ebraico, Amabile analizza, tra l’altro, due costituzioni di Costanzo II (CTh. 16.8.6, a. 339; 3.12.2 a. 355), due di Teodosio I (CTh. 3.7.2, a. 388; C. 5.5.5, a. 387) e la Novella giustinianea 139 (a. 536-7).

Seguono, quindi, il contributo di Dario Annunziata, Il repudium in Costantino. Brevi note su C.Th. 3.16.1 (pp. 95-106), già apparso in RDR 18, 2018 (on-line), là dove si analizza la disciplina costantiniana relativa al ripudio, non tanto come «un esempio dell’influenza cristiana nella legislazione imperiale» (p. 104) quanto piuttosto come un «tassello di un più ampio progetto di riforma dei costumi e delle intime credenze dei cives» (p. 106); e quello di Valerio Massimo Minale, Elementi giuridici nel Digenis Akritas. L’eroe e le donne (pp. 107-123), volto a «individuare gli elementi giuridici presenti nel poema epico» (p. 109). Particolare attenzione viene dedicata da Minale alla vicenda di Masur, emiro di Siria, che per amore di una nobildonna bizantina si sarebbe convertito al cristianesimo, e all’amore del figlio Digenis per la figlia di un aristocratico. «Sia l’emiro che suo figlio – evidenzia Minale (p. 120) – ... si collocano all’interno di un sistema di valori rappresentato in particolare dalla lealtà accordata e ricevuta attraverso un giuramento che li lega entrambi a soggetti a loro subordinati ... a parenti e ad amici ... e ai superiori; lo stesso legame sembra regolare anche l’istituto del fidanzamento e quello del matrimonio, entrambi costruiti sullo scambio reciproco di doni». Sotto quest’ultimo profilo l’a. mette in evidenza la prevalenza del diritto consuetudinario su quello positivo.

La terza sezione (Madre) viene aperta dal denso contributo di P.L. Carucci, Tutela della madre dopo il divorzio nel I secolo d.C. Spunti di riflessione (pp. 127-173) che svolge un’analisi sull’Idealtypus di donna nel I sec. d.C. e in quel contesto cala, tra l’altro, l’esame sulla legislazione matrimoniale augustea, sul divorzio e sull’intervento senatorio de agnoscendis et alendis liberis. L’a. si interroga sull’eventuale influenza della legislazione gortinia sul c.d. SC. Plancianum, e si occupa infine della testimonianza di D. 40.4.29 (Scaev. 23 dig.).

Quindi F. Fasolino (pp. 175-197) sviluppa Alcune considerazioni sul ruolo della donna nell’educazione della prole a Roma attraverso un’indagine sui profili giuridici concernenti i compiti educativi all’interno della familia nella società romana; un approfondito focus è dedicato al ruolo della madre, anche in caso di divorzio. Lo studio di Fasolino si chiude con l’osservazione della disciplina dell’affidamento dei figli nei secoli V e VI.

Il contributo di L. Minieri, Le grandi madri del fondo Patturelli e la religiosità femminile (pp. 199-211) muove dall’osservazione di alcune statue in terracotta di figure femminili provenienti da Curti e si sviluppa in più ampie considerazioni sul culto della Mater matuta e della Bona Dea nella società romana.

Segue, quindi, il lavoro di L. Cappelletti, Colonizzazioni al femminile: il caso di Locri Epizefiri (pp. 213-232) che affronta il tema della «partecipazione effettiva, fisica delle donne al processo di colonizzazione» (p. 215).

La sezione successiva (Lavoratrice) viene aperta dal P. Negri Scafa, Donne di potere a Nuzi: i dati degli archivi su contratti e processi (pp. 236-257) che, attraverso un’interessante analisi degli archivi familiari, osserva l’importante attività economica e giuridica svolta da alcune donne di Nuzi.

C. Simonetti, poi, si occupa di Donne al lavoro. Nutrici, ostesse e prostitute in età antico-babilonese (pp. 259-267), mentre il contributo di G. Zarro, Dalla ‘madre del guerriero’ alla ‘donna guerriera’. Nuove considerazioni sulla condizione femminile nell’Italia centrale preromana (pp. 269-299), già edito in Iura and legal system 2017 C(12), 109 ss., si rivolge all’analisi della condizione della donna nelle formazioni militari di alcuni popoli italici.

L’ultima sezione (Intellettuale) raccoglie il saggio di S. Festuccia (pp. 303-314), rivolto soprattutto alla figura di Enḫeduanna: un’intellettuale nella mesopotamia del III millennio a.C., «sacerdotessa, principessa e poetessa» (p. 313), osservata come esempio di una «una concezione della cultura scritta e della poesia che non escludeva le donne, specialmente quelle delle famiglie reali che potevano affidare iscrizioni, comporre o commissionare testi letterari» (p. 313 s.).

Il lavoro di P. Giustiniani, Malamente partorì Eva. L’ideologizzazione della donna da alcuni testi-contesti di Agostino d’Ippona (pp. 315-326), si sviluppa in una riflessione sul ‘femminile’ tra ‘radicazione biblica’, degenerazione filosofica e ‘orizzonte di sessualità post-lapsaria’.

L’opera viene chiusa, infine, dal saggio di S. Mantioni, La «trasfigurazione storiografica» della vicenda di Ipazia d’Alessandria e le sue interpretazioni in chiave di genere. Alcune considerazioni di carattere metodologico (pp. 327-347). [R. D’Alessio]

 

Oliviero Diliberto, Storie di condivisioni. Maestri, colleghi, amici del diritto romano (e dintorni), Jovene Editore, Napoli 2018, pp. VI-106, ISBN9788824325905.

 

Pia Claudia Doering – Caroline Emmelius (hg.), Rechtsnovellen. Rhetorik, narrative Strukturen und kulturelle Semantiker des Rechts in Kurzerzählugen des späten Mittelalters und der Frühen Neuzeit, Philologische Studien und Quellen 263, Erich Schmidt Verlag, Berlin 2017, pp. 326, ISBN9783503176212.

 

Giuseppe Falcone, La definizione di obligatio tra diritto e morale. Appunti didattici, Giappichelli, Torino 2017, pp. 159, ISBN9788892111349.

 

Giuseppe Ferraro, «Resistere». Trincea e prigionia nell’Archivio Barberio. Con le biografie dei prigionieri di Dunaszerdahely in Ungheria, Studi e Ricerche. Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2018, pp. 254, ISBN9788868227265.

 

Luca Fezzi, Pompeo. Conquistatore del mondo, difensore della res publica, eroe tragico, Collana Profili 83, Salerno Editrice, Roma 2019, pp. 388, ISBN9788869733765.

 

Alister Filippini, Efeso, Ulpiano e il Senato. La contesa per il primato nella provincia Asia nel III sec. d.C., Acta Senatus – Reihe B Studien und Materialien, Band 5, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2019, pp. 289, ISBN9783515121989.

 

Doris Forster, Ona’ah und laesio enormis. Preisgrenzen im talmudischen und römischen Kaufrecht, Münchener Beiträge zur Papyrusforschung und antiken Rechtsgeschichte, 116. Heft, C.H. Beck, München 2018, pp. XIV-267, ISBN 9783406719073.

Il volume, edito nella prestigiosa collana monacense, ha ad oggetto la limitazione nel prezzo della compravendita in diritto talmunidico e romano. In realtà, lo studio affronta ‒ per quanto riguarda il diritto degli Israeliti ‒ il tema con un respiro più ampio di quanto il titolo lasci immaginare. Dopo una breve premessa, il lavoro si articola in sette capitoli. Nel primo, introduttivo, l’a. illustra ‒ specificamente ‒ il divieto di ‘Preisübervorteilung’ e la sua trattazione nel diritto romano e nell’antico diritto ebraico; più brevemente, obiettivi e metodo della ricerca. Nel secondo, poi, si presenta la relazione ‘culturale’ tra diritto ebraico e diritto romano, con particolare attenzione alle singole giurisdizioni. Molto approfondito e dettagliato il successivo, dedicato al «jüdische Recht der Preisübervorteilung», che muove dalla Torah ‒ soprattutto attraverso Lev. 25.14, il suo precetto, la sistematica e l’eventualità che il divieto rappresenti in realtà un imperativo morale, aprendo la discussione al complicato rapporto tra religione, etica e diritto ‒ e in comparazione con il Codex Hammurabi e quello Eschnunna, passando poi alla Mischna (e al suo confronto con la Torah), alla Tosefta, al Talmud palestinese e a quello babilonese (e alla loro interazione con Torah e Mischna), fino ad analizzare più nello specifico il divieto di ‘Übervorteilung’ e la sua ratio. Meno ampia la sezione riservata al diritto romano, dove ‒ dopo un breve riferimento alla questione in diritto classico, così come in D. 4.4.16.4 (Ulp. 11 ad ed.) e D. 19.2.22.3 (Paul. 34 ad ed.) ‒ l’a. si sofferma soprattutto sul noto rescritto di Diocleziano riportato in C. 4.44.2 (e su quello ripreso in C. 4.44.8) che per lei rappresenterebbe il più evidente parallelo con il concetto ebraico di ona’ah e a cui dedica una puntuale esegesi. Concludono la monografia una parte dedicata specificamente al confronto tra ona’ah e laesio enormis e il consueto apparato di indici. Opera seria che affronta con perizia il tema, per quanto, forse (agli occhi del romanista), un po’ sbilanciata nelle proporzioni. [V. Di Nisio]

 

Lorenzo Gagliardi (a c. di), Antologia giuridica romanistica ed antiquaria 2, Giuffrè Francis Lefebvre, Milano 2018, pp. XII-622, ISBN9788828803980.

 

Filippo Gallo, Opuscula selecta. II, (a c. di M. Miglietta – M.A. Fenocchio – E. Sciandrello), Annales Scholae Servinae Iuris Romani V, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2019, pp. X-514, ISBN9788862748803.

 

Luigi Garofalo (a c. di), La dittatura romana. Secondo tomo, L’arte del diritto 38, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. VIII-808, ISBN9788824325974.

 

Luigi Garofalo, Fondamenti e svolgimenti della scienza giuridica, Il giurista europeo 18, Jovene Editore, Napoli 2019, pp. VIII-280, ISBN9788824326070.

 

Silvia Giorcelli Bersani, L’impero in quota. I Romani e le Alpi, Einaudi Storia 85, Giulio Einaudi editore, Torino 2019, pp. XVIII-288, ISBN 9788806235130.

 

Vincenzo Giuffrè, Le obbligazioni tra volontaria assunzione e imposizione ‘ex lege’. Un racconto cronodinamico, Iuridica Historica 7, Edizioni Grifo, Lecce 2018, pp. 108, ISBN9788869941573.

 

L’ultima opera di Vincenzo Giuffrè, settima monografia nella Collana dei Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto ‘Iuridica historica’, costituisce, sin dalla dedica, l’ennesimo esempio di connubio tra rigore scientifico ed eleganza accademica dell’insigne Maestro partenopeo recentemente scomparso.

Nella pagina iniziale, lo studioso illustra l’occasio della ricerca, ovverosia un lavoro interdisciplinare sul tema, coordinato presso l’Università UniNettuno di Roma, rinnovando la stima e l’affetto per i suoi discipuli (che Egli soleva amorevolmente definire “apprendisti stregoni”); in particolare per «l’allieva e ora affermata Collega» Francesca Lamberti, Direttrice della Collana e altresì autrice della Prefazione, ove, in densi cenni, viene fornita la chiave di lettura dell’intero volume del Maestro, il quale ancora una volta offre al lettore «visuali inedite e interrogativi fecondi».

Dopo aver prospettato, nell’Introduzione, le ragioni ‘attuali’ per un approfondimento delle obligationes ex lege, con uno sguardo attento ad alcuni recenti studi in materia, l’A. espone (capitolo I, pp. 5-29) i ‘Prolegomeni’ dell’indagine, chiarendo innanzitutto il significato della locuzione latina ‘ex lege’ (tratta in particolare da D. 13.2.1, Paul. 2 ad Plaut.) e in secondo luogo i due versanti della problematica: quello del momento a partire dal quale i diritti europei di civil law hanno contemplato il fenomeno delle cd. ‘obbligazioni legali’ e quello del se e in che termini la relativa vicenda, studiata per la prima volta da Silvio Perozzi, abbia goduto di un suo spazio nell’esperienza giuridica romana. Quest’ultimo aspetto, come ben precisa l’Autore, non è banalmente dovuto ad una «ennesima metempsicosi» del diritto romano, ma nasce da ben tre ordini di ragioni (una ‘storiografica’, una contingente, una ‘più profonda’), la cui essenza si può ravvisare in quella necessità, propria di qualunque ricerca scientifica, non soltanto del giurista, di risalire alle origini. Poste queste premesse, Giuffrè procede per indicem («Medievisti non ci si improvvisa» è il suo incisivo monito) a ricordare quanto delle obbligazioni e delle loro fonti venne recepito ed elaborato nell’età intermedia, ove la legge ebbe spazi del tutto marginali, cedendo invece il passo alla nota quadripartizione giustinianea. Lo studioso, quindi, dopo aver riconosciuto le felici intuizioni di Cuiacio e Donello, nonché la rivoluzionaria impostazione di Grozio (il primo a contemplare, accanto a pactiones e maleficia, le leges), chiarisce e ribadisce, nelle sue molteplici sfaccettature, il senso del richiamo all’esperienza romana, per poi soffermarsi sulle relative difficoltà esegetiche e, in particolare, sull’atteggiamento diffidente dei iurisperiti nei confronti delle leges (o di atti autoritativi equivalenti).  Giuffrè affronta ancora, nello specifico, la questione del nesso tra introduzione della legis actio per condictionem e riconoscimento di una obbligazione ex lege, nesso da lui recisamente negato. Infine, uno sguardo viene dedicato alla accezione che, nel «puzzle» composto dai giureconsulti a formare l’ordine giuridico, assumeva la lex, quale uno dei molteplici fatti normativi, in un certo modo subordinato alla volontà del privato: la matassa prospettata all’inizio del capitolo finisce qui di dipanarsi, così chiudendo il cerchio dei ‘presupposti’ per il prosieguo dell’analisi.

Il capitolo II (pp. 31-51) è dedicato a ‘Le esperienze moderne’, rispetto a cui viene immediatamente evidenziato il valore della memoria e della influenza del diritto romano, motivo di ispirazione, quale millenaria e perciò multiforme esperienza storica, per i codificatori ottocenteschi: lo studioso si sofferma quindi sul Code Civil del 1804, permeato dallo spirito del diritto romano e «paradigmatico ai fini della…indagine» (p. 32), il quale, come prima fonte delle obbligazioni (art. 1370), menzionava – accanto a contratti e quasi contratti, delitti e quasi delitti – ‘l’autorité seule de la loi’. E la legge venne in tal senso contemplata da altri due Codici (tra i pochi non direttamente influenzati da quello napoleonico), l’ABGB e il di molto successivo BGB, di cui viene efficacemente sintetizzato il sostrato teorico (con anche la trascrizione di alcuni salienti passaggi del Diritto delle Pandette di B. Windscheid). Un’attenzione particolare viene poi dedicata ai Codici italiani postunitari: il primo, il Codice Pisanelli, ricalcato per ragioni pratiche ed ideologiche, sul Code Civil, nel quale (art. 1907) si adottava la quadripartizione giustinianea delle fonti delle obbligazioni con l’aggiunta esplicita della legge; e quello del 1942, il ‘Codice fascista’, in cui, all’art. 1173, è ravvisabile invece una tripartizione, però «tratta anch’essa dal Corpus iuris». A tale articolo Giuffè destina infine un intero paragrafo, per eliminarne il carattere benevolmente definito da Pietro Rescigno di ‘vaghezza’, sì da fugare ogni dubbio circa l’inclusione dell’ordinamento giuridico tra le fonti delle obbligazioni e le connesse implicazioni. A chiusura, alcuni suggestivi rilievi sul ‘diritto vivente’ delle obbligazioni legali e su quello futuribile, con uno spunto di riflessione circa i delicati (ed ideologicamente orientati) equilibri tra monopolio statale del diritto ed autonomia privata.

Il capitolo III (pp. 53-77), centrale nel senso letterale e in senso metaforico, svela sin dal titolo, declinato al plurale (‘Le esperienze romane’), la molteplicità dell’eredità giuridica dell’antica Roma, da cui provengono quattro classificazioni delle fonti delle obbligazioni (dalle Institutiones di Gaio, 3.88; dalle Res cottidianae, D. 44.7.1 pr.; dalle Regulae di Modestino, D. 44.7.52 pr.; e dalle Istituzioni imperiali, 3.13.2): tra esse, quella gaiana rappresenta la testimonianza fondamentale, in linea con la definizione di “crocevia inevitabile” coniata (da F.P. Casavola) per la sua opera. L’A. ne mette in luce, sul piano dell’indagine condotta, tutta la portata innovativa: in primo luogo, la individuazione della voluntas dei privati come minimo comun denominatore di obligatio, delictum e contractus; in secondo luogo (ma come prius logico) la definizione della obligatio quale res incorporalis, «una definizione ‘reale’ che esprime il carattere essenziale dell’oggetto definito» (p. 63). Dopo alcune considerazioni (cui lo studioso – con una sua tipica punta di critica ironica – nega la natura di ‘ineptiae’ da giurista) circa il passaggio dalla bipartizione delle Institutiones alla tripartizione delle Res cottidianae, Giuffrè esplicita la «opzione volontaristica di Gaio», di cui difende la capacità di leggere la vita vissuta anche oltre gli sterili schemi di insegnamento: a suo parere, ne è prova evidente la trattazione gaiana della solutio indebiti, un rapporto privatistico in cui si ravvisa sì un obbligo, ma che, in quanto imposto a prescindere dalla volontà dei soggetti, non poteva essere incluso tra le causae obligationum e che, costituiva perciò una eccezione della prassi. Un deciso passo in avanti sarebbe stato poi compiuto con le obligationes ex variis causarum figuris, tra le quali sarebbe comunque riconoscibile un chiaro punto di contatto: si trattava di obbligazioni che oggi si chiamerebbero legali, rispetto a cui la voluntas dei privati subisce una battuta d’arresto, come d’altra parte ben ci si aspetta in una temperie politica orientata vero l’assolutismo.

Ma il vero «cambiamento a 180 gradi» della impostazione generale delle fonti delle obbligazioni si realizza con ‘Il legislatore bizantino’ (capitolo IV, 79-88): cambiamento che traluce, secondo Giuffrè, soprattutto dall’aggiunta ‘secundum nostrae civitatis iura’ di I. 3.13: se il diritto viene espressamente contemplato quale crisma di vincoli derivanti da un atto lecito o da un illecito, esso non può non essere considerato idoneo a costituire ex novo rapporti tra privati indipendentemente dalla loro volontà (emblematica in tal senso sarebbe l’obbligazione alimentare).

Le ‘Notazioni conclusive’ racchiuse nel capitolo V (pp. 89-100) ripercorrono, in sintesi ma con brevi e pregnanti notazioni ulteriori, tutte le tappe della ricerca, di cui viene ribadita la dimensione storica (con la connessa mutazione del modo di concepire il potere statuale), anche nei suoi versanti sociologico e filosofico: attraverso una analisi «a mo’ dei pittori impressionisti» degli eventi che portarono la scientia iuris in posizione subalterna rispetto alla volontà della legge (la ‘legge vivente’ incarnata dall’Imperatore, iuris conditor e iuris interpres), lo studioso dipinge il quadro complessivo in cui a suo giudizio va calata la vicenda antica delle obbligazioni ex lege.

Nelle ultime pagine del volume, intitolate ‘Per finire’, il Maestro esprime sul tema ancora qualche considerazione, intrecciando i tre piani del passato, del presente e, con un augurio che suona quale concreto suggerimento, del futuro. Un futuro che Egli, con i suoi insegnamenti, ha di certo contribuito a plasmare. [P. Pasquino]

 

Nicolás Gómez Dávila, De iure (a c. di L. Garofalo), Krisis 1, La nave di Teseo, Milano 2019, pp. 271, OSBN978889344945.

 

Diana Gorostidi Pi (editora), Géza Alföldy. Estudios tarraconenses, Universitat Rovira i Virgili, Institut Català d’Archeologia Clàssica, Tarragona 2017, pp. 495, ISBN9788494629853.

 

Gian Luca Gregori – Egidio Incelli, Gli onorati con ornamenta municipali nelle città dell’Italia romana, Urbana Species 5, Edizioni Quasar, Roma 2018, pp. 131, ISBN9788871409221.

 

Susanne Heinemeyer, Der Grundsatz der Akzessorietät bei Kreditsicherungsrechten, Das Bürgerliche Recht. Habilitationen 2, Duncker & Humblot, Berlin 2017, pp. 1-414, ISBN  9783428151530.

La tesi di abilitazione di Susanne Heinemeyer offre una generale e approfondita disamina del principio di accessorietà nei diritti di garanzia nell’ordinamento tedesco. Sotto un particolare profilo tuttavia: non è analisi dogmatica del principio né una tecnica esposizione della dottrina e giurisprudenza sul punto, ma piuttosto, come spiegato nell’Einleitung (pp. 31-34), il tentativo di una sintesi del significato dell’accessorietà nella sua varietà e sotto il profilo storico. In considerazione proprio di questa varietà e per ricomprendere le numerose eccezioni e sfaccettature che l’accessorietà presenta, l’a. preferisce perciò parlare di Grundsatz e non di Prinzip, termine che in tedesco esprime un concetto dogmaticamente molto più intenso.

Il libro è diviso in cinque parti. Le prime tre occupano metà del libro e presentano l’evoluzione del principio di accessorietà dal diritto romano al BGB e ai nostri giorni. La prima parte (Akzessorietät im römischen Recht, pp. 35-96) si concentra sul diritto romano. La disamina dell’accessorietà romana non è condotta solo come base per la trattazione successiva (il legame tra le due è ripetutamente evidenziato dall’a.) ma proprio in sé, e sotto questo aspetto, anzi, l’a. ricostruisce e sintetizza la discussione giusromanistica attuale traendone i risultati. In questa sezione l’a. analizza tutte le garanzie romane in relazione alla accessorietà. L’indagine sulle molteplici garanzie personali romane (pp. 36-79) conferma il risultato raggiunto dalla dottrina recente, poiché evidenzia le chiare tracce di un rapporto di dipendenza della garanzia personale dall’obbligazione principale. Alla luce della casistica giurisprudenziale, che si occupa piuttosto di altre questioni, non si può enucleare un vero e proprio principio nel senso con cui ne parla la dottrina moderna, ma al più tardi nella compilazione giustinianea si arriva ad un oggettivo grado di dipendenza che assomiglia a quello sviluppato nei tempi successivi dalla dottrina moderna proprio sulla base del concetto di accessio. Nella disamina, particolare posto occupa la discussione della nota tesi di Werner Flume sulla distinzione tra Rechtsakt e Rechtsverhältnis (pp. 56-63) in relazione alle garanzie personali differenti dalla fideiussio, quali fideipromissio e sponsio. Anche per il pignus (pp. 80-94) l’indagine dell’a. conferma la tesi favorevole a rintracciare una dipendenza sostanzialmente accessoria del diritto reale rispetto a quello garantito, e proprio sulla base del tenore formulare (sul punto si vd. in gen. ora S. Marino, Sull’accessorietà del pegno per la giurisprudenza romana, Napoli 2018) non trascura l’importanza del termine accessio.

La seconda parte (Akzessorietät im 18. bis 20. Jahrhundert, pp. 97-168) concentra l’attenzione sulla dottrina e sulla legislazione tedesca successive, che si sviluppano sulla base del diritto romano. Il medioevo e l’età moderna restano fuori dall’analisi, e il XVIII sec. è rappresentato esclusivamente dal diritto prussiano. Particolarmente analitica è la sezione sul BGB e sui suoi materiali preparatori (pp. 124-168).

La terza parte (Entwicklung der Akzessorietät vom römischen über das preußische Recht und die Entstehung des BGB bis heute, pp. 169-204) conduce un’analisi diacronica dell’evoluzione dell’accessorietà dal diritto romano alla dottrina odierna. In questa dettagliata rassegna, l’evoluzione dell’Akzessorietätsbegriff nel diritto tedesco del XIX sec. è descritta come fortemente condizionata dalla ricerca di un principio unitario, dall’insistenza sull’aspetto terminologico e definitorio tipico della Begriffsjurisrpudenz. Tuttavia, proprio perché il principio di accessorietà non fu in realtà sviluppato in questo modo neanche nelle fonti romane, lo sforzo di unificazione terminologica dalla giurisprudenza del XIX sec. ha gradualmente lasciato il posto, nel passaggio verso la Wertungsjurisprudenz, alla concezione moderna, che punta sul rapporto di dipendenza tra i due diritti (ancora in questo senso in perfetta corrispondenza con il concetto romano di accessio). Sulla base del BGB, che recepisce la prima parte di questa seconda tendenza, si è sviluppata l’evoluzione novecentesca, che, soprattutto dal dopoguerra, ha effettuato una scomposizione del rapporto di accessorietà sotto il profilo dei suoi effetti e in relazione ai diversi modi in cui opera.

L’analisi delle diverse concezioni e del loro sviluppo è molto dettagliato, e l’a. elenca e discute le principali tesi, da Dernburg ai giorni nostri (pp. 186-200), confrontandole e prendendo infine una specifica posizione (201 s.), con la quale conferma la recezione almeno terminologia dell’accessorietà romana (non però come tale sviluppata) e l’approdo ad una costruzione non rigida anzi flessibile dell’accessorietà, capace di soddisfare le varie esigenze dei traffici, e non solo l’interesse del creditore.

Il moderno concetto di accessorietà viene infine precisato dall’a. con un particolare sguardo al rapporto tra obbligazione garantita e garanzia nei diritti di garanzie non accessorie, che è oggetto della quarta parte del volume (Verhältnis zwischen der gesicherten Forderung und der Sicherung bei nicht-akzessorischen Sicherungsrechten, pp. 305-378). Da questo punto di vista l’analisi è sfaccettata, e rintraccia aspetti accessori nel patto di riservato dominio (Eigentumsvorbehalt, pp. 205-249), nel trasferimento di garanzia fiduciaria (Sicherungsübereignung pp. 250-317) e nella Grundschuld (istituto tedesco simile all’ipoteca ma caratterizzato appunto dalla non accessorietà, pp. 318-371). Il risultato è l’identificazione di aspetti di dipendenza anche nelle garanzie non accessorie, dipendenza che trova il suo fondamento proprio nella legge. Il Grundsatz è dunque vielschichtig (p. 386) e se la tecnica dell’accessorietà permette di distinguere efficacemente le garanzie accessorie dalle non-accessorie, essa è sufficientemente flessibile da non impedire un uso compatibile con entrambe le tipologie.

La parte dedicata alle conclusioni (Zusammenfassung der Ergebnisse und Schlussfolgerung, pp. 379-388) riprende i fili dell’esposizione generale e condensa i risultati sopra esposti. [S. Marino]

 

 

Karl-Joachim Hölkeskamp, Modelli per una Repubblica. La cultura politica dell’antica Roma e la ricerca degli ultimi decenni, Monografie del Centro Ricerche di Documentazione sull’Antichità Classica 38, L’Erma di Bretschneider, Roma 2016, pp. 218, ISBN 9788891308139.

 

Orazio Licandro – Nicola Palazzolo, Roma e le sue istituzioni dalle origini a Giustiniano, Giappichelli Editore, Torino 2019, pp. 507, ISBN 9788892119444.

 

Elio Lo Cascio – Dario Mantovani (a c. di), Diritto romano e economia. Due modi di pensare e organizzare il mondo (nei primi tre secoli dell’Impero, Pubblicazione del CEDANT 15, Pavia University Press, Pavia 2018, pp. IX-834, ISBN9788869520945.

 

Philipp Lotmar, Das römische Recht vom Error (Hrsg. Iole Fargnoli), 2 Bde, pp. XXXII-1123, ISBN9783465043683.

 

Giovanni Luchetti (a c. di), Legge Uguaglianza Diritto. I casi di fronte alle regole nell’esperienza romana. Atti del convegno (Bologna-Ravenna, 9-11 maggio 2013), Fra Oriente e Occidente 6, L’Erma di Bretschneider, Roma 2018, pp. VI-386, ISBN9788891316806.

 

Giovanni Luchetti et alii (a c. di), Iulius Paulus. Ad edictum libri I-III, Scriptores Iuris Romani, 2, L’Erma di Bretschneider, Roma 2018, pp. X-262, ISBN9788891317346.

 

Alessandro Manni, Poena constituitur in emendationem hominum. Alle origini di una riflessione giurisprudenziale sulla pena, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. 154, ISBN978882432960.

 

Dario Mantovani – Serena Ammirati (a c. di), Giurisprudenza romana nei papiri. Tracce per una ricerca, Sezione Scientifica, Pavia University Press, Pavia 2018, pp. 194, 9788869520839.

 

Arnaldo Marcone, Giuliano. L’imperatore filosofo e sacerdote che tentò la restaurazione del paganesimo, Collana Profili 82, Salerno Editrice, Roma 2019, pp. 376, ISBN9788869733666.

 

Valerio Marotta et alii, Antiquissima iuris sapientia. Saec. VI-III a.C., Scriptores Iuris Romani, 3, L’Erma di Bretschneider, Roma 2019, pp. 400, ISBN9788891317445.

 

Carla Masi Doria, Poesia e diritto romano, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. VIII-152, ISBN9788824325875.

 

Francesco Milazzo (a c. di), Gaius Noster. Nei segni del Veronese, Relazioni del Convegno Internazionale di Diritto Romano, Copanello, 8-11 giugno 2012, Wolters-Kluwer Cedam, Milano 2019, pp. 292, ISBN9788813371227

 

Francesco Milazzo (a c. di), Scientia rerum e scientia iuris. Fatti, linguaggio, discipline nel pensiero giurisprudenziale romano, Relazioni del Convegno Internazionale di Diritto Romano, Copanello, 8-11 giugno 2010 con l’appendice “Talamanca e Copanello” di Antonino Metro, Wolters-Kluwer Cedam, Milano 2019, pp. 239, ISBN9788813371234

 

Aglaia McClintock – Margherita Scognamiglio (a c. di), Salerno Francesco. Scritti scelti, Diáphora, 20, Jovene Editore, Napoli 2019, pp. X-142, ISBN 9788824326032.

 

Claudia Moatti, Res publica. Histoire romaine de la chose publique, Ouvertures Fayard, Paris 2018, pp. 467, ISBN9782213706276.

 

Maria Nowak, Wills in the Roman Empire. A documentary approach, Supplement of the Journal of Juristic Papyrology, 23, Warsaw 2015, pp.XVIII-490, ISBN9788393842520.

Il volume di Nowak rappresenta una novità sotto svariati profili. Il principale è senz’altro quello casistico, incentrandosi la ricerca dell’a. «on the everyday practices surrounding wills in the Roman Empire, especially in the period following the Constitutio Antoniniana» (p. 3 s.). A tale scopo la ricerca si ferma su documenti della prassi che vanno dall’età ellenistica sino al VII sec. d.C., valutando anche documentazione proveniente da Costantinopoli e Ravenna. A seguito di una breve introduzione che illustra le fonti principalmente usate nel lavoro (p. 3-18), Nowak si ferma sui requisiti necessari a confezionare un testamento valido nel corso dell’esperienza romana classica (Testamentary Requirements, p. 19-71): dopo un lungo excursus sulle caratteristiche e l’evoluzione della mancipatio (funzionale a chiarire la struttura del testamentum per aes et libram), l’a. si ferma sui problemi (e sulle differenti teorie) concernenti i testamenti civili e pretori, sulla progressiva scomparsa di una (reale) mancipatio familiae, e in particolare sulla presenza dei signatores nei testamenta provenienti dall’Egitto ellenistico: pratica che sembra non provenire da Roma, ma avere avuto origine appunto in ambiente orientale, per poi essersi diffusa nell’ambito dell’Impero. Il secondo capitolo (Opening the Will, p. 73-103) affronta il tema dell’ufficialità dei testamenti di peregrini nell’Egitto romano,  validi solo se realizzati attraverso un pubblico ufficiale (agoranomos). A Roma una procedura ufficiale si sarebbe affermata solo dopo la lex Iulia de vicesima hereditatum del 5 d.C.: l’apertura ufficiale dei testamenti realizzata presso una statio vicesimae hereditatum è documentata tuttavia solo a partire dall’imperatore Adriano. L’a. segue l’evolversi delle diverse procedure anche dopo la Constitutio Antoniniana, anche attraverso, ad esempio, i gesta municipalia di Ravenna, fermandosi sui relativi atti introduttivi, sulle spese implicate, sulla presenza di testimoni. Al Testamentary model in Late Antiquity (p. 105-208) è dedicato il corposo terzo capitolo del lavoro, che primariamente si sofferma sulle clausole e sul formalismo interno al testamento (heredis institutio e relative formule e formalità; cretio; exheredatio; legata; emancipazioni  testamentarie; commemorazioni funerarie; codicilli; clausole penali e così via elencando).

La seconda parte del volume è strutturata in cinque appendici, dedicate a: 1. Testamenti ellenistici (p. 210-271), 2. Testamenti locali dall’Egitto romano (p. 271- 342), 3. Testamenti romani (p. 342-388), 4. Testamenti tardo-antichi e bizantini (p. 388-448), 5. Testamenti merovingi (p. 448-449). Estremamente utile la traduzione inglese che affianca ogni testo, e che consente al lettore (soprattutto quello poco aduso al greco della documentazione egizia) di farsi un’idea piuttosto precisa dell’entità del materiale, della varietà dello stesso e della diversa attuazione normativa concernente le ultime volontà in particolare nel quadro della dominazione romana dell’Egitto. Fra essi sono ricompresi i famosissimi testamenti di Tiberio Claudio Alessandro (Poxy 38.2857 = ChLA 47.1413 del 134 d.C.) e quello di Antonio Silvano (FIRA 32 47), nonché numerosissimi documenti meno noti ma che ripromettono interessanti rivelazioni (come quello pubblicato in Tomlin, Archaeologia Cambrensis 150, 2001, 143-156, dove la formula “dedero donavi donarique iussero” presenta alcune somiglianze con altri ritrovamenti epigrafici). Chiudono il volume una densa bibliografia e un corposo indice delle fonti. [F. Lamberti]

 

Carlo Pelloso, Ricerche sulle assemblee quiritarie, L’Arte del diritto 38, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. X-406, ISBN9788824325585.

 

Leo Peppe, Il processo di Paolo di Tarso: considerazioni di uno storico del diritto, Iuridica Historica 8, Edizioni Grifo, Lecce 2018, pp. 112, ISBN9788869941672.

 

Leandro Polverini – Alfredo Valvo (a c. di), Albino Garzetti nel centenario della nascita. Atti del Convegno di Brescia (10-11 ottobre 2014), Biblioteca di Athenaeum 59, Edipuglia, Bari 2018, pp. 124, ISBN9788872288597.

 

Umberto Roberto, Il nemico indomabile. Roma contro i Germani, I Robinson/Letture, Editori Laterza, Bari-Roma 2018, pp. VIII-392, ISBN9788858127568.

 

Maria Teresa Schettino, Prospettive interculturali e confronto politico da Augusto ai Severi, Monografie del Centro Ricerche di Documentazione sull’Antichità Classica 45, L’Erma di Bretschneider, Roma 2019, pp. 352, ISBN9788891317377.

 

Simonetta Segenni (a c. di), Augusto dopo il bimillenario. Un bilancio, Studi sul Mondo Antico 8, Le Monnier Università – Mondadori Educational, Milano 2018, pp. VIII-390, ISBN978800749053.

 

Dimitris Stamatopoulos (ed.), Balkan Nationalism(s) and the Ottoman Empire, voll. I, National Movements and Representations; II, Political Violence and the Balkan Wars; III, The Young Turk Revolution and the Ethnic Groups, The Isis Press, Istanbul 2015.

            Lavoro sistematico e complesso, Balkan Nationalism(s) and the Ottoman Empire a cura di Dimitris Stamatopoulos raccoglie in tre volumi trentasette saggi che da prospettive diverse e con taglio narrativo proprio restituiscono un contributo storiografico notevole e originale alla cosiddetta “questione orientale”. Quella che Stamatopoulos vuole proporre, superando distorsioni eurocentriche e orientalistiche, è una storiografia a sé stante del fenomeno nazionalistico e delle conflittuali vicende identitarie della Penisola che da “dell’Haemus”, catena montuosa poco conosciuta dell’area, sarebbe divenuta Balcanica (dal turco Balkan, «montagna»: G. Prévélakis, I Balcani, Il Mulino, Bologna 1997, p. 15); una narrazione capace di riscoprire le radici storiche di quell’«universo multietnico» di genti, lingue, culture e religioni costrette dalla convivenza ora all’antagonismo ora alla simbiosi, e che per natura finirono col caratterizzare un ambito culturale che è rimasto nel tempo inconfondibile; una trama fitta di storia etnica dei popoli balcanici, capace di restituire dall’interno una visione del nazionalismo e dei nazionalismi all’indomani dell’imperialismo ottomano, oltre che di un’idea stessa di “nazione” fortemente caratterizzata (E. Hösh, Storia dei paesi balcanici. Dalle origini ai giorni nostri, Einaudi, Torino 2005, p. XII.). Giovandosi della prospettiva tanto dei Balkan quanto degli Ottoman Studies i tre volumi esplorano condotte metodologiche e risultati, provando a mettere in luce punti di convergenza e divergenza degli studi nell’osservazione e nella ricostruzione dei nazionalismi balcanici, prima indagandone le relazioni, quindi evidenziandone le dinamiche di affrancamento dal discorso ottomano.

            La maggior parte dei contributi sono il risultato di due convegni internazionali che si sono tenuti alla University of Macedonia nel 2008 e nel 2012, in occasione rispettivamente dell’anniversario della Rivoluzione dei Giovani Turchi e delle Guerre balcaniche, dal titolo Balkan Worlds: Ottoman Past and Balkan Nationalism. Come Miroslav Hroch ebbe modo di evidenziare nell’occasione del primo convegno, compito di un lavoro editoriale di tale portata doveva essere quello di riportare alla luce il dibattito su nazionalismo e nazione, lasciando emergere, senza nascondimenti, tutta la fragilità di quella pur rara «scientific activity» che si evidenziò tra Otto e Novecento intorno al tema nei Balcani e che, conseguentemente, portò a innegabili difficoltà nell’elaborazione di una retorica soddisfacente rispetto alla stessa idea di nazione «on behalf of the organic intellectual of the nations» e ad apprezzabili conseguenze sui processi che condussero alla costruzione dei cosiddetti post-Ottoman States nell’area (Cf. M. Stolleis (Hg.), Konflikt und Kœxistenz, Die Rechtsordnungen Südosteuropas im 19. und 20. Jahrhundert, Band 1, Rumänien, Bulgarien, Griechenland, Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main 2015; sui Balcani occidentali vedi anche E. Cukani, Quel che resta dello stato. Il differenziale, territoriale e non, delle autonomie nei Balcani occidentali, ESI, Napoli 2018.). Un’operazione di questo tipo non avrebbe potuto che giovarsi della prospettiva comparatistica, fortemente auspicata da Hroch.

            Dei tre volumi che compongono la collettanea, il primo, National Movements and Representations, è dedicato al rigurgito nazionalistico tra diciottesimo e diciannovesimo secolo in area balcanica, nonché alla costruzione del linguaggio e delle rappresentazioni nazionalistiche in uso ai due approcci descrittivi, strumentalista ed essenzialista. Il secondo, Political Violence and the Balkan Wars, affronta le vicende politiche che portarono, all’indomani delle guerre balcaniche, alle secessioni e alla ricostruzione dello spazio ottomano ed europeo. Infine, il terzo volume, The Young Turk Revolution and Ethnic Groups, è dedicato all’esperienza nazionalistica nell'Impero ottomano, dalla Rivoluzione dei Giovani turchi del 1908 al rapporto che venne a instaurarsi tra Giovani turchi e altri gruppi etnici nei Balcani.

            «Latent ambition» del lavoro (per quanto dichiarata espressamente da Stamatopoulos) resta quella di offrire al dibattito internazionalistico uno strumento privilegiato di osservazione e analisi del panorama balcanico, immaginato con connotazioni proprie e capace di evidenziare punti di contatto nella costruzione delle definizioni di nazione, nazionalità, stato e diritto tra i soggetti protagonisti, quasi prescindendo da influenze esterne di matrice evidentemente europea. [E. Augusti]

 

Fritz Sturm, Ausgewählte Schriften zum Recht der Antike. I-II. Mit einem Geleitwort von A. Wacke, sowie einer bibliographischen Ergänzung und einem Quellenverzeichnis von G. Sturm, Antiqua 108, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. XLIV-1168, ISBN9788824325929.

 

Letizia Vacca, Le situazioni possessorie, Centro di Eccellenza in Diritto Europeo ‘Giovanni Pugliese’ 34, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. VIII-392, ISBN9788824324564.

 

Giuseppe Valditara, Civis Romanus sum, G. Giappichelli editore, Torino 2018, pp. VII-220, ISBN9788892117198.

 

Umberto Vincenti, Ius publicum. Storia e fortuna delle istituzioni pubbliche di Roma antica, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. XVI-304, ISBN9788824325844.

 

Edoardo Volterra, Materiali per una raccolta dei senatus consulta (753 a.C. – 312 d.C.), (Edizione a cura di A. Terrinoni e P. Buongiorno), Sources et documents pubbliés par l’École française de Rome 8, École française de Rome – PAROS-Project/WWU Münster, Rome 2018, pp. 616, ISBN9782728313440.

 

Constantin Willems, Justinian als Ökonom. Entscheidungsgründe und Entschiedungsmuster in den quinquaginta decisiones, Forschungen zum Römischen Recht, 58, Böhlau, Köln-Weimar-Wien 2017, pp. 537, ISBN 978341250898.

La monografia riprende l’Habilitationschrift del 2016. Nel capitolo introduttivo, dopo aver focalizzato l’attenzione sulle quinquaginta decisiones: natura. effettiva appertenenza al novero, eventuale liber, individuazione di autori (Giustiniano o Triboniano) e destinatari (Giuliano e Giovanni), l’a. illustra il metodo seguito nella ricerca, assato ‒ come evidenziato già dal titolo ‒ sull’aspetto economico, riguardante l’efficienza del diritto romano, la ‘nuova economia istituzionale’, l’analisi economica contrapposta al diritto romano. In quello successivo, molto ampio e dettagliato, lo studio approfondisce singole decisiones (non tutte, in totale 35 promulgate tra il 530 e il 531 d.C.) secondo uno schema preciso: appartenenza alle decisiones per presenza del lemma stesso oppure per essere indicate come tali in altre fonti, motivazione, ‘Ökonomische Erforderlichkeit’. Questo impianto trova poi una ragione d’insieme nelle ampie e puntuali conclusioni, che individuano i sottesi punti d’unione: subtilitas e scrupolositas, humanitas, utilitas. Nell’insieme un ottimo approccio al tema, non trascurando il taglio dichiarato dell’intera indagine. Chiude l’opera un accurato apparato di indici, molto utile al lettore. [V. Di Nisio]

 

Giuseppe Zecchini – Maria Teresa Schettino (a c. di), L’età di Silla. Atti del convegno presso l’Istituto Italiano per la Storia antica, Monografie del Centro Ricerche di Documentazione sull’Antichità Classica 44, L’Erma di Bretschneider, Roma 2018, pp. 264, ISBN9788891316967.

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