Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto
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Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto

Direzione:

Francesca Lamberti

Dipartimento di Scienze Giuridiche, Università del Salento

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Edizioni Grifo

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73100 Lecce

 

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Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto, vol. 8 (2018)

Editoriale 2018

 

    Già nell’Editoriale dei Quaderni Lupiensi 6 (2016), in connessione con i fenomeni che attraversano l’Europa e lo scenario globale negli ultimi anni, avevo espresso forti timori nei riguardi delle tendenze in atto, con l’intensificarsi dei nazionalismi e le diffuse reazioni di ‘chiusura’ verso esperienze e persone che non siano inquadrabili all’interno di logiche identitarie precise e di ideologie che sempre più spesso fanno riferimento all’etnìa, al credo religioso, alla provenienza locale. Le vicende politiche nostrane degli ultimi mesi hanno prepotentemente riproposto, anche in Italia, modelli e tendenze che la gran parte del mondo intellettuale reputava estranee al nostro modo di essere e all’apertura che tendenzialmente appariva connotarci. La speranza di svegliarsi da un sogno all’interno di un altro sogno appare illusoria. Eventi in zone di guerra apparentemente lontane hanno prodotto ripercussioni  di grande impatto, la più eclatante (ma non l’unica) quella delle migrazioni di massa, con il formarsi di un clima di intensificata diffidenza non solo verso lo straniero ‘non europeo’, ma altresì delle stesse politiche dell’Unione Europea, con il rischio di porne in crisi la tenuta.

    Quello che è stato sino a poco tempo fa uno spazio di ‘libera circolazione’ di persone e di idee rischia di trasformarsi, per via dell’irrigidimento delle frontiere e dell’escalare dei populismi, a sua volta in una gabbia in cui all’apparente riconoscimento di diritti e libertà ai propri cittadini faccia da contraltare l’imposizione di vincoli sempre più gravosi (penso solo a quelli di carattere burocratico e fiscale) e di controlli sempre più intensi (quali ad esempio quelli legati a sistemi di riconoscimento biometrico, o di tracciabilità delle comunicazioni), sotto l’egida della ‘sicurezza’. Il rischio di una disumanizzazione del cittadino, che lo oggettivizza congelandone le possibilità di manovra e le potenzialità (e influenzandolo altresì nell’attività economica, in quanto possibile ‘consumatore’), è sempre più reale. Analoga tendenza mi pare si possa verificare nell’ambito della ricerca, e a maggior ragione in quella nostrana (legata in passato a ritmi più lenti e a una maggiore riflessività rispetto ai colleghi d’oltralpe). Nonostante lo sguardo critico che da sempre connota lo studioso (/la studiosa), la congerie di attività e compiti burocratici, per non parlare di quelli scientifici, che lo (/la) affollano rischia di anestetizzarlo, di rallentarne la capacità di reazione, lasciandosi dirigere verso una meccanicità dell’agire che è il riflesso della società tecnologica nella quale lavora e opera.  L’entusiasmo per le tecnologie informatiche, che ha pervaso gli ultimi decenni del secondo millennio e l’inizio del terzo, ha per risultato la lenta trasformazione biologica dell’essere umano in un’entità intermedia e parzialmente robotizzata: non a caso Andy Clark, il filosofo e cognitivologo, teorico della ‘mente estesa’, ha parlato di «natural-born cyborg» (2003) a proposito delle evoluzioni che investono la mente umana. Se è vero (e ne facciamo quotidianamente esperienza) che nel caso di computer (come di smartphone, tablet, e altri dispositivi portatili) «l'interfaccia tra l'utilizzatore cosciente e lo strumento tende a diventare trasparente, permettendo allo strumento di funzionare come una parte effettiva dell'utente», è altresì sempre più attuale la tendenza (e il rischio) che chi ci circonda si attenda da noi la stessa ‘velocità di risposta’ delle macchine (e altrettanto avvenga in noi stessi nei riguardi del prossimo), con una conseguente disumanizzazione dell’individuo in quanto tale e – per quanto attiene all’intellettuale – una ‘meccanicizzazione’ della sua attività e della sua produzione.

    Un’evoluzione – per tornare a quanto avviene in casa nostra – nettamente percepibile soprattutto alla luce di un’analisi delle ultime procedure di Abilitazione nazionale. Il livello minimo di valutabilità dei ‘giovani’ studiosi che si presentano all’abilitazione per la I o la II fascia della docenza è stato legato (dai provvedimenti attuativi della L. 240/2010, il DPR. 222/2011, il DM. 76/2012, la L. 114/2014, e i DPR. 95/2016 e DM. 120/2016) ai c.d. ‘valori soglia’. L’intenzione del legislatore, di limitare e tenere il più possibile sotto controllo (ancora una volta riemerge il tema del ‘controllo’), l’autonomia decisionale delle commissioni, ha condotto a scelte per alcuni versi aberranti, quali il sorteggio (anziché l’elezione ‘fra pari’) dei componenti della commissione, e - per quel che attiene ai ‘valori soglia’ – il vincolare i componenti delle commissioni ASN a rispettare criteri e parametri,  per lo più di carattere quantitativo, previsti per decreto, ingabbiando quel giudizio di ‘maturità scientifica’ che nei sistemi concorsuali antecedenti alla L. 240/2010 era ampiamente rimesso ai commissari di concorso (reputati dalla comunità scientifica i più idonei a formulare il giudizio in esame).

    Il legislatore ha completamente fallito il suo obiettivo, che era quello, attraverso l’introduzione di rigidi parametri quantitativi, di dissuadere chi non raggiungesse le soglie in esame dal presentarsi alla procedura di Abilitazione. Le nuove previsioni hanno condotto ad una frammentazione e moltiplicazione della produzione individuale, con un’ipertrofia complessiva delle pubblicazioni sia monografiche che saggistiche, che lascia lo studioso che osservi dall’esterno il fenomeno (per non parlare ovviamente dei colleghi coinvolti nelle Commissioni di Abilitazione) perplesso e per certi versi avvilito. Ché da un lato orientarsi nell’infinito panorama bibliografico diventa per un ricercatore sempre più complesso e per certi versi fuorviante (si v. quanto osservato da W. J. Hanegraaff, le cui parole sono state riprodotte nell’Editoriale 2017 di questa rivista, pp. 10-11), soprattutto qualora lavori in modo interdisciplinare; dall’altro è inevitabile che, nell’ansia di produrre (per non ‘perire’), molti autori (non tutti, per fortuna) incorrano in sviste, si avventurino in tesi insostenibili o perlomeno fortemente fantasiose, o (che è peggio) finiscano per replicare ad libitum affermazioni proprie o addirittura altrui.  Da questo pericolo non sono esenti neanche gli ordinari, essendo anch’essi sottoposti a periodiche valutazioni e alla necessità (là dove intendano candidarsi come commissari di concorso o come investigators per progetti di ricerca) di aumentare la produzione. Il meccanismo in esame ha altresì fomentato aspettative di assorbimento, da parte del sistema universitario, di un enorme numero di precari che la riduzione delle risorse riservate all’istruzione superiore ha ampiamente contribuito a creare. In aggiunta sta ponendo pesantemente in competizione i ricercatori a tempo indeterminato abilitati e in attesa di assorbimento, presso i rispettivi Atenei, con i più giovani studiosi per i quali gli stessi Atenei dovrebbero prevedere (o abbiano già previsto) posti di ricercatore a tempo determinato in tenure track. Si parla di condizioni sempre più insostenibili, che dovrebbero indurre a un profondo ripensamento del sistema, e alla destinazione di risorse aggiuntive alla ricerca universitaria, oltre che di percorsi agevolati per l’uscita dall’insegnamento al fine di garantirne un ringiovanimento complessivo.    

     Ma proprio l’irrigidirsi di linee e di politiche di intervento, con il tentativo di aggiungere controlli a controlli a un sistema già di per sé ingessato e sempre più disorientato, cui assistiamo negli ultimi anni, lascia spazio, temo, a sempre minore ottimismo e speranza. Pure è solo creando ‘isole di resistenza’ (reti, riviste, tenendo aperto il dialogo fra generazioni, opponendosi a logiche politiche insostenibili, mantenendo alti gli standard qualitativi, e via elencando) che è possibile andare avanti. Ricordandosi costantemente delle parole di Paul Valéry: «L'espoir fait vivre, mais comme sur une corde raide».

 

 

 

 

 

 

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