Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto
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Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto

Direzione:

Francesca Lamberti

Dipartimento di Scienze Giuridiche, Università del Salento

Complesso Ecotekne, Via per Monteroni

73100 Lecce

 

Edizioni Grifo

Via Sant'Ignazio di Loyola, 37 

73100 Lecce

 

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Libri pervenuti alla redazione (2017)

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(a cura di Annarosa Gallo)

 

Aa.Vv. (cur. C. Cascione, C. Masi Doria, C. Nitsch), Regulae iuris. Ipotesi di lavoro tra storia e teoria del diritto, RULeS – Research Upgrading in Legal Science 1, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. X-230, ISBN 9788824324083.

Offre i risultati di un intenso programma di ricerca, snodatosi fra progetti finanziati dall’Università di Napoli ‘Federico II’, dal CUIA (Consorzio Universitario Italiano per l’Argentina), e della Fondazione Compagnia di San Paolo, il primo volume della nuova collana RULeS (Research Upgrading in Legal Science), dedicato all’inesauribile tema delle regulae iuris, «che aggredisce in profondità l’essenza del giuridico, interrogando la dimensione filosofica del senso e del valore del diritto, insieme con la storia millenaria della sua esperienza pratica e scientifica» (dalla prefazione dei curatori). La collettanea presenta gli atti del Convegno fridericiano «Fondamenti storici, analisi teorica, opera- tività pratica delle regulae iuris nella dimensione del diritto europeo» e si apre (dopo l’introduzione di Carla Masi Doria, pp. 1-4) col lavoro di Vincenzo Giuffrè, «Regulae iuris». Prospettive di approfondimenti (pp. 5-20) di cui una versione più ampia è apparsa anche nei nostri Quaderni Lupiensi 5, 2015, pp. 11 ss. Francesco Lucrezi si ferma Sulle ‘regulae iuris’ in diritto ebraico (pp. 21-34), prendendo posizione in particolare sul lavoro del recentemente scomparso R. Yaron, Regulae iuris, in Iuris Vincula. St. Talamanca 8, Napoli 2001, pp. 481 ss. e sulle ‘mitzvòt’ contenute nella Torah, nella Mishnah e nei commenti della Ghemarà. Caso, diritto e ‘regula’. Limiti della funzione normativa del caso deciso nella visione romana è il tema del contributo di Alessandro Corbino (pp. 35-76) imperniato sulla relazione fra regula casistica e ‘canoni’ dell’ordinamento romano. Dedicata alle Regulae iuris come strumenti mnemotecnici l’indagine di Thomas Finkenauer (pp. 77-86), e in particolare alle massime «alteri stipulari nemo potest» e «falsa demonstratio non nocet». La massima Ad impossibilia nemo tenetur. Spunti comparatistici su una presunta ‘regula’ è oggetto dell’analisi di Natale Rampazzo (pp. 87-103), che si ferma, in un’ottica di comparazione diacronica, sulla relazione fra l’impossibilità pratica di attuare la prestazione e la mera difficoltà di adempimento dell’obbligazione. Giuseppe Mastrominico dedica la sua indagine a I confini delle ‘regulae iuris’. Persistenze romanistiche nella cultura giuridica della codificazione (pp. 105-121): sul filo di alcuni esempi legati alla tradizione romanistica fra tardo ottocento e inizi del novecento, l’a. mostra il progressivo scomparire «dell’idea tradizionale di diritto quale patrimonio comune di valori», sostituita dal sillogismo per cui «inteso il diritto quasi esclusivamente come espressione del potere, esso è divenuto perlopiù uno ‘strumento’, un ‘mezzo’ per il raggiungimento di uno scopo» (pp. 113 s.). Silvia Zorzetto, nel lavoro Lex specialis derogat generali: tra storia e teoria (pp. 123-152) si occupa della specialità giuridica intesa come criterio per risolvere le antinomie, mostrando la relatività dello stesso dal punto di vista logico-filosofico. Analogamente dal punto di vista della filosofia del diritto è affrontata la massima Necessitas non habet legem. Profili di critica penale da Daniele Velo Dalbrenta (pp. 153-169). Carlo Nitsch, La regola e  l’eccezione. Su defettibilità, ambiguità e vaghezza delle norme giuridiche (pp. 171-188) affronta il tema sulla scia del caso «Si cui penus legata sit praeter vinum …» discusso part. in D. 33.9.4.6 (Paul. 4 ad Sab.) e D. 33.6.2 pr. (Pomp. 6 ad Sab.). A Le ‘regulae iuris’ latine nella pratica giudiziaria e nell’architettura forense in Polonia (p. 189-200) è dedicato il lavoro di Witold Wolodkiewicz con particolare riguardo ai brocardi ‘iscritti’ sulla facciata del ‘Palazzo di Giustizia’ di Varsavia, inaugurato il 1° novembre 1999. Chiudono il volume le dense conclusioni di Cosimo Cascione, Profondità e margini di una ricerca (pp. 201-203), che mostra come le ricerche snodatesi lungo i progetti sopra menzionati e che vedono un primo precipitato nella raccolta in esame abbiano avuto come «idea comune» di «complicare il tema» e di «provare … a rileggere sia singole regole, sia il problema generale delle regulae iuris attraverso un percorso di forte storicizzazione … e di reinterpretazione teorica e pratica». Inducendo il lettore a desiderare che abbiano futura continuità i percorsi in esame, con la produzione di nuove, proficue analisi. [F. Lamberti].

 

Sesto Giulio Africano, Le cronografie, introduzione di Umberto Roberto, traduzione di Carlo dell’Osso, note di Umberto Roberto e Carlo dell’Osso, Collana di testi patristi- ci, 243, Città Nuova Editrice, Roma 2016, pp. 192, ISBN 9788831182430.

 

Andrea Alciato, Filargiro. Commedia, introduzione di Giovanni Rossi, testo latino e versione italiana a cura di Raffaele Ruggiero, Nino Aragno Editore, Torino 2017, XCII- 169, ISBN 9788884198334.

 

Francesco Arcaria, Dal senatus consultum ultimum alla cognitio senatus. Forme, contenuti e volti dell’opposizione ad Augusto e repressione del dissenso tra repubblica e principato, Satura Editrice, Napoli 2016, pp. VIII-186, ISBN 9788876071591.

 

Hans Beck, Martin Jehne, John Serrati (eds.), Money and Power in the Roman Republic, Collection Latomus 355, Éditions Latomus, Bruxelles 2016, pp. 238, ISBN 9789042933026.

 

Simone Beda, Io, un manoscritto. [L’antologia Palatina si racconta], Sfere extra, Carocci Editore, Roma 2017, pp. 175, ISBN 9788843086214.

La capacità di far comprendere l’importanza delle proprie ricerche anche al di fuori della cerchia strettamente specialistica cui ciascuno studioso appartiene è una esigenza avvertita da parte della comunità scientifica, sebbene con incidenze variabili da una disciplina all’altra (e, soprattutto, da uno studioso dall’altro). - La trasmissione del sapere può assumere le più differenti declinazioni e pertanto la forma dei cerchi concentrici, dove quello più vicino al centro irradiatore rappresenta la comunità scientifica di appar- tenenza, mentre gli altri corrispondono ai soggetti investiti dall’oggetto della ricerca per ‘affinità’ di interesse (scientifico), ed infine a quanti, non specialisti, sono (anche solo latamente) interessati all’argomento trattato. Più ci si allontana dal centro tanto più il diametro del cerchio aumenterà, coprendo una maggiore superficie e dunque abbracciando un esteso numero di lettori. La tensione tra rigore metodologico e divulgazione aperta (non strettamente settoriale) ha trovato una felice sintesi nel volume dedicato alla ricostruzione delle vicende del manoscritto – costituito dal Ms. Palatino greco 23 (con- servato nella Universitäts-Bibliothek Heidelberg) e dal Ms. Parigino Supplemento greco 384 (alla Bibliothéque Nationale de France) – contenente l’Antologia Palatina, raccolta di epigrammi, composti da più autori redatta, a Costantinopoli intorno al 950 secolo d.C. Grande intuizione dell’autore è aver identificato l’io narrante con il manoscritto, come è del resto già intuibile dalla scelta di titolo e sottotitolo dell’agile e denso volume. Ciò ha permesso di rendere piani e di più facile comprensione i passaggi maggiormente tecnici (e dunque ostici per un lettore neofita), come ad esempio la questione filologica dello stemma codicum e dunque l’indagine sul rapporto esistente tra archetipo e testimoni   di un testo. - Il manoscritto è insomma protagonista e narratore della sua straordinaria esistenza nel corso dei secoli raccontata attraverso la coincidenza di fabula e intreccio. Il volume si compone di venti capitoli che possono essere raggruppati e dunque suddivisi in gruppi tematici. Il primo di questi concerne la redazione del manoscritto in ambiente costantinopolitano ed è costituito dai primi quattro capitoli (1. Sono nato a Costantinopoli intorno al 950 d.C. 2. Ma forse è meglio che prima vi racconti che cosa aveva in mente Costantino. 3. Per secoli non mi sono mai mosso da Costantinopoli. 4. Da tempo oramai la mia città non era più un luogo sicuro); il secondo, incentrato sui diversi soggiorni fatti dal manoscritto in Europa, include dieci capitoli (5. A Padova non credo di essere rimasto per molto tempo. 6. Dopo un viaggio durato quasi due mesi, raggiunsi finalmente l’Inghilterra. 7. Nei quattro anni passati a Lovanio feci un incontro molto interessante. 8. Il mio ultimo possessore privato fu un altro professore di greco. 9. Il mio ingresso nella Biblioteca Palatina di Heidelberg ha una data precisa. 10. Nel 1618 scoppiò la Guerra dei Trent’anni. 11. Ero convinto che la Biblioteca Vaticana sarebbe stata la mia casa definitiva. 12. Ve la ricordate la copia della copia dello Scaligero? 13. Tutti sanno che Napoleone fece portare a Parigi quadri e statue. 14. Il mio secondo sog- giorno parigino fu molto breve. 15. Ricorderete senz’altro che, dopo il viaggio romano, mi ero spezzato in due); il terzo riguarda l’edizione della raccolta e la diffusione di parte degli epigrammi, ed è articolato in due capitoli (16. Con l’uscita del volume curato da Dübner ebbi finalmente un’edizione felice. 17. Almeno in parte, ero già stato tradotto in alcune lingue moderne); il quarto si occupa delle tipologie di epigrammi presenti nella raccolta e il contributo da questa offerta alla divulgazione di quel particolare genere letterario (18. Si potrebbe credere che siano stati soprattutto gli epigrammi erotici a suscitare interesse. 19. Il mio contributo alla diffusione del genere epigrammatico è stato decisivo); il quinto è incentrato sulla consultazione del manoscritto non più circoscritta e limitata agli studiosi e ai loro soggiorni presso le biblioteche, dove sono conservate  le due parti del manoscritto, ma oramai accessibile liberamente a chiunque attraverso i siti di quelle due istituzioni (20. Per la maggior parte della vita sono vissuto nascosto). Chiudono il volume Le note bibliografiche corrispondenti ai venti capitoli, dove sono altresì motivate le scelte operate dall’autore sulle posizioni espresse in dottrina intorno a specifici aspetti. - Le quasi duecento pagine del libro affrontano temi e questioni non esclusivamente filologici, perché sono orientate anche a descrivere l’ambiente letterario, enciclopedico ed erudito della Costantinopoli bizantina, le vicende belliche e le diatribe religiose che scossero l’Europa in età moderna e il ruolo avuto dai filologi che furono al tempo stesso uomini di governo, la fortuna del componimento epigrammatico e parimenti la fortuna della ‘raccolta’ come modello per altre. Attraverso una scrittura semplice ma non semplicistica, di solito scorrevole (con l’eccezione del vezzo di far  coincidere il titolo di ciascun capitolo con la prima frase dello stesso) e accattivante, sono state intrecciate le storie dell’epigramma e della sua raccolta e la loro attualità e vitalità, tanto che per entrambi, contenuto e contenitore, può farsi valere la definizione calviniana di classico, ossia di un «testo che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» a chiunque. [A. Gallo]

 

Anna Bellodi Ansaloni, L’arte dell’avvocato, actor veritatis. Studi di retorica e deontologia forense, Seminario Giuridico dell’Università di Bologna, 279, Bononia Universi- ty Press, Bologna 2016, pp. 275, ISBN 9788869231285.

 

Italo Birocchi e Massimo Brutti (a c. di), Storia del diritto e identità disciplinari: tradizioni e prospettive, Collana della Società Italiana di Storia del Diritto, G. Giappichelli Editore, Torino 2016, pp. XXXIV-334, ISBN 9788892106123.

 

Simone Blochmann, Verhandeln und entscheiden. Politische Kultur im Senat der frühen Kaiserzeit, Historia – Einzelschriften, 245, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2016, pp. 256, ISBN 9783515113731.

 

Clarissa Blume-Jung, Wolfram Buchwitz (Hg.), Alter und Gesellschaft. Herausforderungen von der Antike bis zur Gegenwart, Nordrhein-Westfälische Akademie der Wissenschaften und der Künste – Junges Kolleg, Ferdinand Schöningh Verlag, Paderborn 2016, pp. 224, ISBN 9783506785428.

 

Pierangelo Buongiorno, Raffaele D’Alessio, Natale Rampazzo (a c. di), Diritti antichi. Percorsi e confronti. I. Area mediterranea 1. Oriente, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2016, pp. VIII-440, ISBN 9788849531312.

 

Giuseppe Camodeca, Marco Giglio (a c. di), Puteoli. Studi di storia ed archeologia dei Campi Flegrei, Il Torcoliere Officine grafico-editoriali d’Ateneo, Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’, Napoli 2016, pp. 359, ISBN9788867191369.

 

Luigi Capogrossi Colognesi, Elio Lo Cascio, Elena Tassi Scandone (a c. di), L’Italia dei Flavi. Atti del Convegno, 4-5 ottobre 2012, Comitato Nazionale per le celebrazioni del bimillenario della nascita di Vespasiano, Collana Acta Flaviana 3, «L’Erma» di Bretschneider, Roma 2016, pp. 200, ISBN 9788891310200.

 

Luigi  Capogrossi  Colognesi,  Itinera,  Iuridica-Historica.  Collana  dei  Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto, 4, Edizioni Grifo, Lecce 2017, pp. XIV-540, ISBN 9788869940903.

Il quarto volume di Iuridica Historica, collana associata alla rivista Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto, accoglie una ricchissima silloge di scritti, quasi totalmente riediti in anastatica, di Luigi Capogrossi Colognesi. Si tratta di lavori apparsi per lo più nell’ultimo decennio (tranne qualche significativa eccezione), e di non sempre agevole reperibilità, data l’esuberante personalità e la nota generosità dello studioso, che l’ha condotto a divulgare il proprio pensiero in sedi anche non consuete per i nostri saperi,  e in miscellanee in onore di personalità di alto livello non appartenenti alle discipline romanistiche. Da alcuni profili la raccolta si pone dunque in una sorta di continuità e integrazione cronologica ideale con gli Scritti scelti, apparsi in due volumi nella Collana delle Pubblicazioni del Dipartimento  di Scienze Giuridiche dell’Università di    Roma ‘La Sapienza’ (Napoli 2010); su altro versante costituisce un completamento (se mai di completamento possa parlarsi) di un percorso volto a illustrare la vastità degli interessi di ricerca di Capogrossi. La silloge è frutto infatti di dense valutazioni, intese a sceverare, dalla vastissima produzione scientifica dell’autore, quei contributi che ne rappresentassero al meglio alcuni nuclei portanti d’interesse e rendessero nel modo più vivace e attuale le direzioni ultime del suo incessante riflettere su temi essenziali dell’esperienza romana. Essa è assata su due sezioni. - La prima, «Riflessioni di storia e storiografia», raccoglie, per la prima metà, contributi frutto dell’incessante dialogo di Capogrossi Colognesi con specialisti, coevi e del passato, nelle problematiche dell’economia fondiaria e mercantile antica; particolarmente significativo l’assiduo confrontarsi, sul filo di corsi e ricorsi, dell’a. con le teorie di Weber e Finley, di volta in volta sottoposte a nuove riletture con innovativi spunti interpretativi, quasi che Capogrossi avesse spostato l’esegesi tipica delle nostre discipline appuntandola sui lavori di autori del Novecento,  nel sottoporli ad analogo scavo critico. Una seconda parte è dedicata all’inesauribile miniera della famiglia romana, con un ulteriore ritorno (successivo rispetto ai lavori  del 1984 e del 1990, ora in Scritti scelti 2, alle pp. 793 ss., 819 ss.) sul tema del tollere liberos, in polemica con i noti interventi di B.D. Shaw (di cui l’ultimo in Mnemosyne 54, 2001, p. 31 ss.). In apertura e chiusura della sezione due contributi significativamente dedicati ai totalitarismi, tedesco il primo, italiano l’ultimo, e alle loro connessioni con la storiografia dell’antichità. - La seconda sezione, Storie di uomini, contadini e territori, ha contenuto più vario, in sintonia con i proteiformi interessi di Capogrossi. Dedicati a problemi di appartenenza e assegnazioni territoriali sono diversi dei lavori: la distribu- zione dei cittadini in unità territoriali (curiae, tribù) si interseca con le logiche di acquisto ed esercizio del potere in età precivica e successivamente all’interno della civitas, sempre in dialogo con storici del passato (come Niebuhr o Frazer) o del presente (come ad esempio Salmon, Laffi o Gabba). La terra rappresenta il minimo comune denominatore della maggior parte di essi, nel suo rapporto con gli uomini (che vi si insediano e la trasformano, in dialettica con nemora, flumina, saltus e così via elencando) e nel suo significato giuridico e innanzi tutto politico, che investe anche i meccanismi di trasmissione di proprietà e possesso, e di ‘registrazione’ e tutela degli stessi (nonché ovviamente di misurazione e regolamentazione dei confini). È significativo che in alcuni dei saggi qui ripubblicati ritorni a più riprese il richiamo alla ‘complessità’. Una ‘complessità’ che nella visuale dell’autore è quella relativa al rapporto con la terra, e alla poliedricità degli ambiti visuali da cui esso può inquadrarsi ed essere oggetto di analisi. Una ‘complessità’ verosimilmente relativa anche al costante confrontarsi con la storiografia di Otto- e Novecento sui temi indicati. Una complessità tuttavia che Egli appare percepire altresì come segno crescente della nostra epoca, legata all’addensarsi di nuove problematiche che vanno ad aggiungersi alle antiche, rendendo sempre più difficile per lo studioso, lo storico, orientarsi nel presente utilizzando le categorie e lo strumentario disponibile: pure un presente con cui non è possibile evitare di cimentarsi, per trarne spunti e materia di riflessione, in dialogo ininterrotto con gli autori del passato remoto e recente. La raccolta di scritti è lo specchio dei multiformi percorsi dello studioso, che si intrecciano con le tematiche (sempre attuali) delle logiche familiari e familiaristiche, dell’appartenenza ai privati e del potere politico: un caleidoscopio che l’a. governa in modo magistrale, restituendo ad alcuni dei temi trattati la possibilità di una lettura razionale e consapevole, sciogliendo nodi e riavvicinando il romanista a una modalità di indagine eclettica e pure legata da fili conduttori forti, sempre attenta all’approccio interdisciplinare, senza per questo perdere la consapevolezza dell’essenza ‘giuridica’ degli ambiti tematici considerati e dei relativi percorsi d’indagine. [F. Lamberti]

 

F. Cenerini, I. G. Mastrorosa (a c. di), Donne, istituzioni e società fra tardo antico  e alto medioevo, Pensa Multimedia, Lecce 2016, pp. 447, ISBN 978-88-6760-448-7.

L’introduzione di Francesca Cenerini e Ida Gilda Mastrorosa all’opera collettanea, Donne, istituzioni e società fra tardo antico e alto medioevo guida agevolmente il lettore attraverso una molteplicità di prospettive, metodologie e tematiche che arricchiscono le questioni trattate nel volume. Le problematiche affrontate riguardano la condizione e gli spazi di azione femminili, in un’età di transizione che va dal tardo antico all’alto medioevo. La raccolta non offre uno spaccato «organico sulla donna nei secoli III-VIII o una antologia selettiva di temi», ma si propone di valutare tratti di continuità e di cambiamento che interessarono la condizione muliebre nella «tarda antichità», intesa come fase storica dotata di una sua autonomia. - Ne L’indagine sulla donna romana: fra modelli e stereotipi (pp. 7-12), Cenerini illustra come la rappresentazione dell’universo femminile sia polarizzata, nelle fonti letterarie ed epigrafiche, intorno a modelli (quello delle sante, delle matrone e delle Augustae e non) restituiti da interpreti essenzialmente maschili. Pertanto, l’A. si interroga – ed invita ad interrogarsi – sul modo con cui si sia riconosciuta alle donne la facoltà di adottare determinate gestualità (immagines) e di assumere alcune modalità espressive (verba), e sul momento in cui le donne abbiano avuto accesso alla scriptura. In questa prospettiva le fasi repubblicana e alto imperiale sarebbero state determinanti, al fine della comprensione della «storia delle trasformazioni politiche e sociali in cui si trovarono a vivere anche le donne». Nella stessa direzione si muove Mastrorosa in Donne e Tardoantico: considerazioni preliminari (pp. 13-20), quando sottolinea che «la Tarda Antichità fu una straordinaria stagione di transizione, feconda di istanze destinate a maturare nei secoli seguenti», soprattutto, ma non solo, con riguardo alla condizione ed alla funzione muliebre nella fase che prelude al pieno medioevo. L’A. offre un’eccellente sintesi e sistematizzazione dei percorsi di studi sulla condizione muliebre nel Tardo antico, con particolare riguardo al coinvolgimento femminile «entro dinamiche politico-religiose complesse, scaturite anche a partire da prospettive attente a valutarne la condotta in chiave dinastica, l’evoluzione dello status giuridico, la funzione assolta nella diffusione del cristianesimo e nel consolidamento delle pratiche ascetiche, le posizioni acquisite nei regni romano-barbarici e nell’Europa altomedievale, o ancora i ruoli in ambito bizantino». Le questioni e i problemi trattati dalle Autrici si condensano attorno a quattro tematiche e si strutturano all’interno delle quattro parti in cui è suddivisa l’opera collettanea: I. Augustae ‘in transizione’; II. Cristianesimo ‘al femminile’; III. Fra tardo antico e alto medioevo; IV. Diritto e gender: prospettive. - I. La prima parte del volume, dedicata al tema Augustae ‘in transizione’, fa luce sulla mancanza di ius suffragi e ius honorum, sul rapporto tra donne ed istituzioni private e pubbliche e, quindi, sulla funzione politica femminile, tra la fine della Repubblica ed il tardo antico. Se ne evidenziano, in quest’ambito, i ruoli di mediazione nella gestione della ricchezza familiare e nella successione e continuità dinastica. Rispetto a questi temi il contributo di Agnès Molinier Arbo Femmes de pouvoir entre Orient et Occident aux derniers siècles de l’Empire. Réflexions autour du témoignage de l’Hi- stoire Auguste (pp. 47-80) dimostra che la valorizzazione della piena funzione politica delle Augustae deve essere attribuita all’età severiana e, dunque, come sottolinea Cenerini, ne Il ruolo e la funzione delle Augustae dai giulio-claudi ai severi (pp. 21-46), essa non può collocarsi tra il I secolo e la seconda metà del II secolo d.C., a meno che non si sopravvalutino o retrodatino alcune prerogative pubbliche e ufficiali (l’esenzione dalla tutela, la attribuzione della sacrosantitas, lo ius imaginum), sulla base della titolatura (dal titolo di Augustae della dinastia giulio-claudia e flavia, a quella di mater castrorum attribuito a Faustina Minore, a quello di mater Populi Romani di Giulia Domna) e, quin- di, del cerimoniale ufficiale. Beatrice Girotti, nel suo contributo dal titolo Le donne dei sacchi di Roma: Serena, Anicia Faltonia Proba ed Eudossia (pp. 81- 114), in relazione alla prospettiva politica dell’abbandono del culto da parte di alcuni rappresentati del potere, si propone di analizzare alcune protagoniste femminili degli assedi alla città di Roma (410 e 455 in particolare): Serena, moglie di Stilicone, Anicia Faltonia Proba, moglie di Sesto Petronio Probo (cos. nel 371 d.C.), e Licinia Eudossia, vedova di Valentiniano III. Alcune fonti, cristiane o pagane, le rappresentano come ferventi cristiane, empie o traditrici, non del proprio marito, bensì di Roma, secondo un modello che poi sarà replicato in seguito. Gli aspetti che attengono alla vita religiosa e, di conseguenza, alla vita politica dominata dall’interesse religioso, sono ripresi da Daniela Motta in Eu- docia Augusta: fra leggenda, politica e religione (pp. 115-146). Nella ricca aneddotica, Atenaide, giovane imbevuta di cultura classica e pagana, convertita al cristianesimo e battezzata con il nuovo nome di Eudocia, sarebbe entrata a far parte della famiglia reale, con il titolo di Augusta, in qualità di moglie di Teodosio II, nel 423 e sarebbe morta in Terra Santa nel 460. - II. La seconda parte del volume, Cristianesimo ‘al femminile’, si apre con un bel contributo di Hélène Ménard, Stillantibus mammis (passion de Per- pétue, 20, 2). Le supplice au féminin dans l’Antiquité tardive (pp. 147-176) che presen- ta i criteri di variabilità della pena, alla luce delle possibili asimmetrie determinate sulla repressione criminale e delle loro eventuali attenuanti in caso di esecuzione sulle donne. Dal momento che l’attenuazione della pena era basata, generalmente, sulla distinzione humiliores/honestiores, l’asprezza delle pene criminali riservata alle donne di rango so- ciale elevato suscita, dunque, l’attenzione dell’A. Nel caso del martirio di Perpetua, di Felicita e di Flaviana, Ménard interpreta la violazione del valore del pudor, attraverso l’esibizione del corpo nudo sul quale si esegue il supplicium e ritiene che esso costituisca un elemento di continuità. Aline Canellis, autrice di Paula et Marcella sous le regard de saint Jérôme (pp. 178-200), rappresenta le due donne del IV secolo come aristocrati- che, intellettuali e sante, amiche e vedove, secondo quanto emerge dall’orazione funebre e da alcune epistole di Geronimo. Al medesimo secolo appartiene la rappresentazione del mondo muliebre che viene delineata da Rosa Mentxaka in Sobre la instrucción religiosa de las mujeres cristianas hispanas a la luz de un canon conciliar de finales del siglo IV p.C. (pp. 201-234). Attraverso un commento al primo canone conciliare di Saragozza, l’A. prende in esame il divieto rivolto alle donne di prendere parte a lezioni impartite da uomini estranei alla ortodossia cattolica (viri alieni). Ciò attesterebbe,  sul finire del IV secolo, l’esistenza di un dibattito sulla condizione delle donne nel contesto della lotta alle eresie ed, in particolare, al Priscillianesimo. Colleghi e coniugi: due archiatri cristiani nell’Anatolia tardo antica (pp. 235- 260) è il titolo del contributo di Margherita Cassia, dedicato all’analisi del significato dell’hapax ᾀρχιειάτρηνα (donna medico), attestata dall’epigrafe da Gdanmaa (III-IV secolo) la quale documenterebbe la parità dei coniugi di fede cristiana Augusta e Aurelio Gaio, almeno nella sfera privata. - III. La terza parte della raccolta, Fra tardo antico e medioevo (pp. 261- 306), si apre con il saggio di Mastrorosa incentrato sulla funzione politica della donna attraverso l’esercizio della materna potestas a Roma, a Costantinopoli e in aria burgunda. L’esercizio della maternità, secondo l’A., si tradusse in un tentativo delle Augustae, regine e reggenti (Soaemia Bassiana, Settimia Zenobia, Fausta e Faustina, moglie di Costanzo II, le eredi di Teodosio Serena e Galla Placidia), di ritagliarsi un ampio margine sia di influenza sui figli sia d’ingerenza in ambito istituzionale. In Les femmes des goths (pp. 307-338), Magali Coumert prende in esame la condizione femminile sulla base della cultura materiale e dei depositi funerari nelle tombe muliebri nell’ambito degli studi che riguardano i Goti nell’impero romano e in Italia tra il IV ed il VI secolo d.C. La prospettiva che riguarda il ruolo delle donne nella formazione e trasmissione delle identità etniche e delle relazioni di potere viene vagliata alla luce del modello dell’etnogenesi. Francesca Roversi Monaco rievoca, nel saggio Fulgens regina: modelli femminili nella scrit- tura storica longobarda (pp. 339-362), i due modelli femminili predominanti della testualità longobarda: da un lato, quello della regina legittimante la regalità, che svolge una funzione di mediazione politica (Teodolinda) e, dall’altro, la donna bottino o strumento di un’azione maschile, costretta ad uno stato di soggezione (‘Ermengarda’, la figlia del re Desiderio). Nel contesto culturale del Regnum longobardo tra il VII e VIII secolo, Teodolinda avrebbe svolto un ruolo di primo piano nella conversione al cattoli- cesimo del suo popolo e nella fondazione di chiese e monasteri, assumendo una funzione legittimante del potere maschile. - IV. La parte conclusiva Diritto e gender: prospettive (pp. 363-404) accoglie due contributi. Quello di Lucietta Di Paola lo Castro Ancora sulla donna nell’esperienza giuridica romana tardo antica fra persistenze e innovazioni si incentra sull’evoluzione della posizione giuridica della donna romana. L’A. si occupa, in particolare, della discrepanza tra i modelli muliebri ufficialmente rappresentati e le effettive realtà femminili. A tale aporia apparterrebbe il contrasto tra il ventaglio di limi- tazioni giuridiche della capacità della donna e l’esercizio effettivo di alcune funzioni e attività, che – attraverso una progressiva evoluzione del diritto – avrebbe trovato una parziale mitigazione ad opera di alcuni senatoconsulti e misure imperiali (per esempio, con la riforma del diritto di successione legittima, con l’evoluzione dell’istituto della tutela e del regime dei munera). Benché chiuda il volume, il saggio di Silvia Giorcelli Bersani Donne romane: storie ‘di genere’ vere, possibili, improbabili (pp. 404-430) costituisce una lucida premessa, soprattutto metodologica, all’insieme dei contributi che concorrono ad arricchire il volume, con la loro pluralità di prospettive, di approcci, di problematiche, di ipotesi e di argomentazioni. L’A. insiste sulla circostanza che «Il problema non è tanto chiedersi se le donne abbiano avuto una storia ma soprattutto come sia metodologicamente possibile una storia delle donne in presenza di una documentazione largamente androcentrica» e di una rappresentazione simbolica del femminile (ma  anche del maschile) che, soprattutto in relazione alla storia dell’antichità, anche tardiva, andrebbe completamente ripensata. [B. Abatino]

 

Marcella Chelotti, Marina Silvestrini (a c. di), Epigrafia e Territorio. Politica e Società. Temi di antichità romane, X, Documenti e Studi. Collana del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Bari ‘A. Moro’. Sezione di Storia antica 64, Edipuglia, Bari 2016, pp. 558, ISBN 9788872288061.

 

Clément Chillet, Marie-Claire Ferriès, Yann Rivière (eds.), Les confiscations, le pouvoir et Rome de la fin de la République à la mort de Néron, Scripta Antiqua 92, Ausonius Éditions, Bordeaux 2016, pp. 413, ISBN 9782356131720.

 

Giulio Cianferotti, 1914. Le università italiane e la Germania, Collana del   CISUI – Centro interuniversitario per la storia delle università italiane, Società Editrice Il Mulino, Bologna 2016, pp. 192, ISBN 9788815266736.

Nella collana del Centro interuniversitario per la storia delle università italiane (CISUI) ha trovato accoglimento l’indagine dei rapporti e delle relazioni intessute tra le università italiane e quelle tedesche fino allo scoppio della prima guerra mondiale e all’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa dieci mesi dopo. Tale analisi rappresenta la tappa di un percorso di ricerca sul tema, avviato nel tempo con la pubblicazione di articoli, parte dei quali sono stati riproposti nel volume qui oggetto di segnalazione (Il crollo della comunità scientifica e letteraria europea nell’agosto del 1914, Rivista Storica Italiana 2016, e Germania guglielmina e scienza tedesca nella filologia classica e nella giurisprudenza tedesca, Le Carte e la Storia 2016). Esso si compone di una densa introduzione (Agosto 1914. Il crollo della respublica litterarum europea, pp. 9-38) e di quattro capitoli (I. Italia e Germania nell’età del Risorgimento, pp. 39-59; II. L’Italia unita e il modello dell’università tedesca, pp. 61-109; III. Agosto 1914. Le università italiane e la Germania nell’«ultima estate d’Europa», pp. 111-134; IV. I paradigmi scientifici e disciplinari alla prova della guerra e della retorica bellica dello scontro  di civiltà, pp. 135-177), tutti declinati in sottoparagrafi. L’indice dei nomi chiude il volume. Sorretto da un solido impianto metodologico e da una analisi dettagliata di fonti e bibliografia, l’indagine ripercorre l’instaurarsi di relazioni scientifiche e accademiche tra studiosi italiani e università tedesche già nella prima metà del XIX secolo, grazie ai soggiorni di studio dei primi presso le seconde e ai viaggi in Italia di studiosi tedeschi. È con la proclamazione del regno d’Italia (avvenuta dieci anni prima della fondazione dell’impero tedesco) che si intensificarono i contatti in ragione del modello rappresentato dall’università humboldtiana nella costruzione dell’accademia italiana e più in generale dal «modello tedesco». - Da un lato la specializzazione post lauream dei giovani studiosi italiani avvenne presso gli istituti universitari tedeschi soprattutto per le materie filologiche, giuridiche e scientifiche, anche in considerazione dell’opportunità di poter eventualmente conseguire il titolo di dottore di ricerca, cardine del sistema universitario tedesco (sul Geist che animava la cultura tedesca del tempo e sulla sua percezione in Italia fondamentali le pagine ‘stravaganti’ di Giorgio Pasquali oltre che il volume, Storia dello spirito tedesco nelle memorie d’un contemporaneo, Firenze 1953). Lo scoppio del conflitto iniziò ad incrinare l’intelaiatura delle relazioni tra i due mondi universitari: nei dieci mesi della neutralità italiana buona parte dell’accademia si spese a difesa della civiltà tedesca di fronte agli attacchi degli interventisti. La retorica bellica di questi ultimi riconduceva infatti l’ostilità contro l’Impero tedesco nell’ambito dello scontro di civiltà tra germanesimo e latinità in una visione manichea di quelle che, fino ad allora, erano state le facce di una medesima medaglia. In tale contesto, i non pochissimi professori tedeschi che insegnavano nelle università italiane vennero fatti segno di accuse gravissime; del resto neanche i loro colleghi italiani neutralisti furono risparmiati da aggressioni (si pensi che Gaetano De Sanctis fu costretto ad interrompere una lezione tenuta nell’Università di Torino da uno stuolo di studenti inneggianti al conflitto). L’episodio è ricordato da S. Accame nell’articolo Gaetano De Sanctis e la prima guerra mondiale, Critica Storica, 6, 1969, pp. 712-720, ripubblicato in S. Accame, Scritti minori, vol. II, Roma 1990, pp. 675-682, dove comunque emerge il dissidio vissuto dallo storico rispetto all’entrata in guerra tedesca e all’azione promossa dagli antichisti tedeschi Meyer e Wilamowitz a difesa del loro paese. Un’interpretazione del neutralismo dello storico, come pure di Pasquali, non solo in chiave ‘culturale’ ma anche ‘politica’ è   in F. Mastromarco, Il neutralismo di Pasquali e De Sanctis, Quaderni di Storia, 3, 1976, pp. 115-137). Il conflitto distrusse quanto era stato edificato nel corso di un secolo in termini di costruzione della res publica litterarum, la cui riedificazione e ricostruzione fu riavviata non senza difficoltà e incertezze dopo la fine del conflitto, come, tra l’altro, è stato messo in evidenza nell’ambito di due convegni, organizzati rispettivamente presso l’Università di Trento (Gli antichisti italiani e la grande guerra. Convegno di Studi, Trento 21-22 maggio 2015) e presso la Seconda Università degli Studi di Napoli (La Grande Guerra. Luoghi, eventi, testimonianze, voci. Convegno internazionale di Studi, Napoli 3-4 dicembre 2015), a margine delle celebrazioni per il centenario della Grande Guerra. [A. Gallo]

 

Omar Coloru, L’imperatore prigioniero. Valeriano, la Persia e la disfatta di Edessa, Collana Storia e Società, Editori Laterza, Roma-Bari 2017, pp. XII-290, con ill., ISBN 9788858127469.

 

Giovanna Coppola Bisazza, Profili di diritto privato tra antico, moderno e postmoderno 1, Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina 268, Giuffrè Editore, Milano 2016, pp. VII-332, ISBN 9788814216855.

 

Laura D’Amati, L’inattività del convenuto nel processo formulare: ‘indefensio’, ‘absentia’ e ‘latitatio’, Collana L’Arte del diritto 29, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. X-266, ISBN 9788824324199.

 

Linda De Maddalena, Litis causa malo more pecuniam promittere. Sulla contrarietà ai boni mores del ‘patto di quota lite’, Dike Verlag AG, Zürich 2015, pp. 192, ISBN 9783037517727.

 

Monica De Simone, Studi sulla ‘patria potestas’. Il filius familias ‘designatus rei publicae civis’, Giappichelli Editore, Torino 2017, pp. 395, ISBN 9788892108509.

L’ampia e bella monografia di Monica De Simone verte sulla relazione fra pater familias e filius familias di sesso maschile dall’angolazione prospettica della situazione di civis di quest’ultimo. L’a. pone particolare attenzione infatti al rapporto tra patres familias e filii familias in quanto cives, vale a dire esponenti della comunità politica, con unruolo attivo nelle assemblee cittadine e come possibili titolari di cariche pubbliche. Em- blematico a tale riguardo è per l’a. l’elenco di figure retoriche in ordine al ruolo del filius familias presente in Cic. pro Cl. 11.32 (spem parentis, memoriam nominis, subsidium generis, heredem familiae, designatum rei publicae civem). L’a. rivela opportunamente come, restando sul piano della dicotomia (assai più tarda rispetto alle origini e allo strut- turarsi delle regole concernenti la familia e il populus Romanus) diritto pubblico – diritto privato, non sia possibile ricostruire il rapporto in esame in modo storicamente plausibile (Introduzione, pp. 13-43). È solo partendo dalla prospettiva di una originaria ‘funzione politica’ della familia e del ‘gruppo parentale’ che l’appartenenza ad essa e alla ‘comunità politica’ si chiarisce ed è possibile coglierne le peculiarità in riferimento a quel particolare legame di ‘appartenenza’ che caratterizza il filius sia in riferimento alla familia che alla civitas (l’ipotesi bonfantiana è stata di volta in volta esaltata e contestata all’interno della critica storica, per essere oggetto di un significativo recupero negli ultimi decenni: si v. per tutti L. Capogrossi Colognesi, La famiglia romana, la sua storia e la sua storiografia, in MEFRA. 122.1, 2010, pp. 147 ss. e F. Lamberti, La storiografia sulla familia romana fra inquadramenti tradizionali e nuove tendenze di ricerca, in V. Neri, B. Girotti [cur.], La famiglia tardoantica. Società, diritto, religione, Milano 2016, pp. 11 ss.). In tale chiave è segnatamente significativo il recupero delle ipotesi etimologiche di Benveniste quanto alla derivazione del termine liber (= filius) da una radice indoeuropea *leudh-, che dalla funzione/sema della crescita sarebbe passata al lessema della ‘crescita, statura, figura umana’, e finalmente alla designazione della ‘stirpe’ (si pensi solo al termine tedesco ‘Leute’, gente, direttamente derivato dalla radice indoeuropea in esame): liber (come il suo corrispondente eleutheros in greco) avrebbe indicato la ‘nascita’ e la ‘crescita’ all’interno della ‘stirpe’, risaltando in quanto tale proprio il profilo dell’appartenenza; tale legame, nella visione dell’a., si sostanzia correttamente in una ‘doppia appartenenza’, alla familia – nucleare o estesa che dir si voglia – da un lato, al ‘gruppo politico’ dall’altro (Cap. 1, Il fondamento giuridico della capacità giuridica di diritto pubblico del ‘filius familias’. Alle origini dell’idea di libertà: ‘liberi’, pp. 45-130, part. 45-49). È dunque dalla prospettiva di tale ‘appartenenza plurale’ che va considerata la posizione del filius familias, subordinato all’autorità paterna da un lato (in riferimento a cui tuttavia sin da età risalente è per certi rispetti qualificato quodam modo dominus), ‘pariordinato’ quanto alla capacità decisionale di un gruppo all’interno del quale è destinato, in via di successione/rappresentazione, a sostituire prima o poi il proprio ascendente. In tale chiave può supporsi ad esempio una visione arcaica della comunità politica che tende, come può evincersi dal meccanismo dell’adrogatio, significativamente messa in parallelo con la deditio in fidem, a considerare l’intero complesso familiare come un ‘corpo collettivo’ e al tempo stesso unitario all’interno della comunità (pp. 83-110). In tale chiave va intesa anche la formula (che rinveniamo a più riprese nelle fonti) «liberorum quaerendorum causa», come allusiva ad un originario significato di ‘appartenenza alla comunità’ del liber. L’a. ripercorre poi (nel Cap. 2, Il fondamento giuridico della capacità giuridica di diritto pubblico del ‘filius familias’. Alle origini dell’idea di libertà: ‘liber’, pp. 132-167) le fonti che, relative a leges regiae o alla legislazione decemvirale, alludano a un liber o contengano liber in qualità di aggettivo, proponendo (ad es. per Paul.-Fest. sv. Parrici<di> quaestores 247 L.) la valenza già ipotizzata di liber come “soggetto appartenente alla comunità politica” per le disposizioni in esame, in luogo di quella (convenzionalmente accolta e che, secondo l’a., sarebbe prevalsa in seguito), di persona «libera [o liberata] dalla potestà di altri». La lex Numae relativa all’occisio di un homo liber sarebbe dunque da interpretare (diversamente da quanto affermato dalle opinioni dottrinali correnti: si v. part. L. Garofalo, Studi sulla sacertà, Padova 2005; F. Zuccotti, Sacramentum civitatis. Diritto costituzionale e ‘ius sacrum’ nell’arcaico ordinamento giuridico romano, Milano 2016) nel senso di una norma, successiva a quella del parricidium (quale occisio di un pater), e integrativa di essa, sanzionante l’omicidio di qualsiasi soggetto appartenente alla comunità, indipendentemente dalla sua qualità o meno di pater familias. In tal senso è assai suggestiva anche la reinterpretazione (Cap. 3, Il fondamento giuridico della capacità giuridica di diritto pubblico del ‘filius familias’. Alle origini dell’idea di libertà: ‘ingenuus’, pp. 170-198) del notissimo (e dibattutissimo) luogo festino (sv. Municeps, L. 126) ove si afferma che «Municeps est, ut ait Aelius Gallus, qui in municipio liber natus est»: Festo starebbe semplicemente affermando il dato dell’‘appartenenza’ del nato in municipio alla collettività dalla quale proviene (pp. 172-177). Non escluderei, nel caso in esame, la possibilità (anche data la verosimile risalenza all’ultima repubblica o al primo principato dell’affermazione) di una voluta ambiguità semantica della definizione, che facesse leva appunto sulla polisemia di liber (come avviene in più di un’ipotesi all’interno ad esempio del corpus di Quinto Mucio Scevola). Anche quanto alla categoria dell’ingenuitas l’a. perviene a conclusioni analoghe, qualificandola come quel particolare tipo di appartenenza alla comunità derivante dall’appartenenza a un gruppo parentale, partendo dall’ipotesi di un’originaria equiparazione fra liberi e ingenui. Interessanti rilievi sono contenuti anche riguardo ai filii legitimi e a quelli vulgo concepti, a completamento della precedente trattazione (Cap. 4, Il filius familias ‘designatus rei publicae civis’. ‘Filius familias’ e filius ‘qui non sit legitimus’, pp. 200-230). L’ultima parte della monografia (Cap. 5, La proiezione della ‘patria potestas’ nella sfera del ‘ius publicum’. Echi di una tradizione storico-letteraria, pp. 231-292) è dedicata a una significativa carrellata di episodi, tratti dalle fonti, ove si trovavano a fronteggiarsi patres e filii familias: o nella condizione di filii familias magistrati in relazione con patres privati cittadini (come ad esempio nell’ipotesi di Spurio Cassio, o in quella di Q. Fabio Massimo), o in quella inversa (es. T. Manlio Imperioso Torquato o L. Gellio Publicola), o nella situazione di patres privati cittadini esercitanti i poteri disciplinari o tutelanti i propri filii, ovvero nella situazione di filii difensori dei propri patres. Spesso appare trapelare la logica (enunciata dal filosofo Tauro e menzionata nelle Noctes Atticae gelliane, 2.2.9) della c.d. ratio et observatio officiorum, per cui là dove il filius agisse in pubblico e uti magistratus il padre avrebbe dovuto ‘cedere il passo’ al di lui imperium, mentre nel caso in cui ci si trovasse in ambito domestico avrebbe dovuto prevalere l’ ‘ordine giuridico’ e il potere del pater sulle prerogative del filius (profilo, questo, che appare rilevare in particolare all’uscita di carica del filius, con conseguente ‘riassorbimento’ del suo potere all’interno di quello domestico) (pp. 236-237). Ne discende (Cap. 6, Una precisazione finale. La portata limitata del principio ‘filius familias in publicis causis loco patris familias habetur’, pp. 293-321) che il principio enunciato in D. 1.6.9 (Pomp. 16 ad Q. Muc.) e che dà il titolo al capitolo conclusivo non avesse portata generale, nel contesto in cui  originariamente formulato, ma fosse relativo solo «a quei casi nei quali un filius familias magistratus che avesse provveduto a nominare un tutore o un filius familias decurio con il consenso del proprio pater familias, che fosse stato istituito tutore, fossero incorsi in responsabilità per damna arrecati alla res publica nell’esercizio del proprio ufficio» (pp. 317). La ricerca di De Simone si fonda su una vastissima messe di fonti, sia letterarie che giuridiche, ciascuna analizzata secondo le proprie peculiarità di tradizione testuale e con l’acribia filologica tipica della scuola palermitana, senza tuttavia mai perdere di vista la specifica prospettiva giuridica da cui impostare anche le possibili soluzioni. Originale (e convincente) appare segnatamente la lettura del termine liber quale ‘appartenente alla collettività politica’, che permea la gran parte della ricerca ed è intesa a condurre a significative soluzioni (o approcci di soluzione) di tematiche annose e dibattiti mai sopiti all’interno dei nostri settori di studio. [F. Lamberti]

 

Daniela Di Ottavio, Uti legassit ... ita ius esto. Alle radici della successione te- stamentaria in diritto romano, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. XVII-104, ISBN 9788824324243.

 

Gaia Di Trolio, Le ‘leges regiae’ in Dionigi di Alicarnasso. 1. La monarchia la- tino-sabina, Pubblicazioni del Dipartimento di Scienze Giuridiche, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” 120, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. XVI-308, ISBN 9788824324656.

 

Nunzia Donadio, ‘Documentum supplicii’ e ‘documentum criminis’. Il corpo del reo tra precetto e sanzione nel mondo antico, Collana L’arte del diritto 34, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. X-297, ISBN 9788824324632.

 

Elio Dovere, Scienza del diritto e burocrazia. Hermogenianus iurislator, Cacucci Editore, Bari 2017, pp. XII-214, ISBN 9788866115694.

 

Paul J. du Plessis, Clifford Ando, Kaius Tuori (ed. by), The Oxford Handbook of Roman Law and Society, Oxford University Press, Oxford 2016, pp. XVIII-728, ISBN 9780198728689.

 

Domenico Dursi, Res communes omnium. Dalle necessità economiche alla disciplina giuridica, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. 153, ISBN 9788824324465.

 

Francesco Fasolino, Pena, amnistia, emenda: una prospettiva storico-giuridica, Ab- brivi nuova serie 2, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. VIII-200, ISBN 9788824324359.

 

Guglielmo Ferrero, Grandezza e decadenza di Roma. A cura e con saggi introduttivi di Laura Ciglioni e Laura Mecella, Collana Le Boe, Castelvecchi Editore, Roma 2016, pp. 1294, ISBN 9788869443343.

La riedizione della maggiore opera storico-antichista e comunque quella più nota di Guglielmo Ferrero è stata curata, per l’editore Castelvecchi, da due storiche, la prima contemporaneista (L. Ciglioni) e la seconda antichista (L. Mecella). L’attenzione nei confronti della ricostruzione dell’età tardo-repubblicana (il periodo tra la fine della ditta- tura sillana e la costruzione della figura del principe, quale quarto soggetto istituzionale a fianco dei tre organi di governo repubblicani, magistrati, senato, assemblee popolari) è stata mediata dal rinnovato interesse all’età augustea, indotto dalle celebrazione per il bimillenario della morte di Augusto. La riedizione riproduce i cinque volumi pubblicati tra il 1902 e il 1907 dall’editore Treves di Milano, e le quattro appendici apposte ex novo alla traduzione francese (in realtà una vera e propria riedizione in sei volumi) edita tra il 1904 e il 1908 per i tipi Plon di Parigi. Chiavi di lettura sono state offerte dalle cura- trici in due distinti saggi introduttivi, nei quali ciascuna di esse ha affrontato specifici aspetti dell’attività e produzione di Ferrero, alla luce dei propri, interessi, prospettive  di ricerca e sensibilità. Il dialogo tra gli studiosi delle diverse epoche risulta d’altro canto imprescindibile per una comprensione trasversale del fenomeno storiografico, in quanto consente di confrontarsi sulla base di punti di osservazione differenti, pur nella condivisione di un metodo comune.- Il saggio curato da L. Ciglioni (Gugliemo Ferrero: un intellettuale nella crisi e della crisi, pp. 7-26) ripercorre la formazione e la figura sui generis dello studioso, la sua produzione scientifica e gli assunti della sua riflessione. Il saggio a firma di L. Mecella (Gugliemo Ferrero e la storia di Roma da Silla ad Augusto, pp. 27-47) si è focalizzato invece sull’analisi storica e storiografica della Grandezza, mettendone in rilievo punti di forza e debolezze, e segnalando analogie e distanze rispetto alle ricostruzioni e interpretazioni proposte dagli storici di Roma (non solo contemporanei di Ferrero) intorno alla trasformazione della repubblica in principato. L’opera fu apprezzata dal pubblico colto europeo e americano, non anche da parte degli accademici, in primo luogo quelli italiani (si pensi e.g. alla polemica con Ettore Pais, sulle colonne della Rivista d’Italia 15, 1912, fascicoli 1 e 2). Pur tuttavia essa rappresentò un discrimine con cui necessariamente confrontarsi, anche solo per prenderne le distanze. Molte delle opere successive alla Grandezza furono probabilmente da questa sollecitate su singoli punti e aspetti, nonostante rimanga impossibile cogliere i con- torni di un eventuale confronto instaurato a riguardo. Ad ogni modo, tra gli autori che consultarono e si servirono sistematicamente della Grandezza va annoverato Edoardo Volterra, che vi fece frequentemente ricorso nell’ambito della sua progettata raccolta sui senatus consulta, soprattutto con riguardo alle delibere senatorie prodotte negli anni 79-48 a.C., come documentano i materiali palingenetici conservati presso l’École Française de Rome. [A. Gallo]

 

Paolo Ferretti, Animo possidere. Studi su ‘animus’ e ‘possessio’ nel pensiero giurisprudenziale classico, G. Giappichelli Editore, Torino 2017, pp. XIV-220, ISBN 9788892108196.

 

Valérie Fromentin et alii (eds), Cassius Dion: nouvelles lectures, I-II, Scripta Anti- qua, 94, Ausonius Éditions, Bordeaux 2016, pp. 1-420; 421-882, ISBN 9782356131751.

La Storia romana di Cassio Dione, con i suoi dieci secoli di storia narrati in ottanta libri (secondo un impianto a grandi linee annalistico, come si confaceva alla storiografia senatoria), costituisce il più importante legato che la storiografia del tardo principato ha lasciato alla posterità. L’opera di Dione presenta infatti – pur nella sua tradizione malferma – una serie di chiavi di lettura di vivo interesse non solo per la ricostruzione evenemenziale, ma anche per una serie di profili di ricerca inerenti ad aspetti sociali, giuridici, economici (come ci hanno mostrato nel tempo, ad es., gli studi sulla legislazione matrimoniale augustea). I due volumi, raccolti in cofanetto, sviluppano complessivamente poco meno di 900 pagine, e raccolgono quarantotto saggi di trenta autori, consacrati a un esame corale della produzione di Cassio Dione, dei suoi fondamenti e della sua tradizione. Sono infatti tre i poli tematici intorno ai quali questi scritti si raccolgono: la tradizione e ricezione del testo della Storia dionea; la storiografia in epoca severiana (fonti, modelli, forme della narrazione); Cassio Dione come storico del potere di Roma. In particolare, sarà quest’ultimo gruppo di saggi a risultare di più immediato interesse per il giusroma- nista, per quanto, scritti come quelli di Laura Mecella (pp. 41 ss.), Umberto Roberto (pp. 51 ss., 69 ss.) e Bénédicte Berbessou-Broustet (pp. 81 ss., 95 ss.) sulla tradizione dell’opera dionea in epoca bizantina risulteranno imprescindibili tanto per chi abbia interessi bizantinistici quanto per chi voglia concretamente riflettere sui problemi di tradizione testuale dionea (problemi che permangono nonostante l’accuratezza della monumentale edizione di Boissevain); o, ancora, uno studio come quello di Cesare Letta (pp. 243 ss.) sull’uso degli acta senatus nella Storia dionea risolva questioni mai davvero esaminate in modo sistematico dalla dottrina, agevolando dunque un uso di Cassio Dione come fonte tendenzialmente ‘affidabile’ per la storia del diritto pubblico del primo principato. Ma, ritorniamo alla sezione intitolata Cassius Dion, historien du pouvoir (che occupa l’intero secondo volume, 431 ss.): in essa si succedono studi dedicati alla biografia letteraria di Dione (pp. 431 ss.), alla resa in lingua greca del vocabolario istituzionale romano e alle scelte lessicali dionee (pp. 485 ss.), alla riflessione sulle ‘strutture costituzionali’ romane (pp. 545 ss.), all’evoluzione del funzionamento istituzionale romano con l’avvento del principato (pp. 581 ss.); infine ancora studi sulla percezione dionea di profili economici, militari e religiosi dell’imperialismo romano (pp. 679 ss.). Vengono in rilievo le pagine di Michel Christol, che esamina (pp. 447 ss.) l’intreccio delle carriere di Cassio Dione, Mario Massimo e Ulpiano, fornendo utili spunti alla ricostruzione della biografia politica del giurista nel contesto degli apparati imperiali di epoca severiana; o, ancora, i saggi di Marianne Coudry e Marion Bellissime sul « dire en grec le choses romaines» (pp. 485 ss.), da cui si evince peraltro una peculiare tendenza di Cassio Dione nella ‘risemantizzazione’ di alcuni concetti, ad es. quelli di μοναρχία e δημοκρατία (part. 529 ss.). Chiara Carsana indaga la riflessione dionea sulla ‘πολιτεία’ romana a fronte delle aberrazioni istituzionali introdotte in età cesariana; Frédéric Hurlet, con Estelle Bertrand e Marianne Coudry (581 ss.) mettono in risalto l’evoluzione della nozione d’imperium da Pompeo all’età augustea, rispettivamente nelle sue linee generali e nel resoconto dioneo (sarebbe forse stato utile anche un contributo relativo all’imperium nell’evoluzione del principato di I sec. d.C.). Non mancano (pp. 625 ss.) anche saggi consacrati al funzionamento del senato nel primo principato, che riprendono acquisizioni già raggiunte (in particolar modo proprio da M. Coudry in MEFRA. 107, 1995, pp. 225 ss.). Metodologicamente fondamentale è invece il saggio di John Scheid sulla percezione dionea della religione come strumento politico in epoca augustea e giulio-claudia (pp. 787 ss.). Come in tutte le opere di insieme, ci sono contributi su alcuni dettagli dei quali si potrà discutere (lascia ad es. una qualche perplessità la convinzione di Michèle Coltelloni-Trannoy [pp. 646 s. e nt. 72] che costituisca un problema il testo di Dio 60.16.3, che evocherebbe una «‘triple’ presidénce» di una seduta senatoria da parte di Claudio e dei consoli in carica; in realtà Claudio avrebbe invece la- sciato la presidenza della seduta ai consoli dopo aver svolto la relatio, come osservavo in Buongiorno, Senatus consulta Claudianis temporibus facta, Napoli 2010, pp. 43 ss.). Ma nel complesso siamo dinanzi a un’opera di grande pregio, che risulterà profittevole per quanti si troveranno a consultarla (agevolati in questo dalla corposa bibliografia generale [pp. 799 ss.] e da un utile indice delle fonti [pp. 843 ss.]); il grande pregio di questa raccolta di studi è insomma quello di indirizzare gli studiosi verso un uso più consapevole di una fonte cardine per la nostra conoscenza di Roma, delle sue istituzioni, della sua società a cavaliere fra repubblica e principato. [P. Buongiorno]

 

Alessandro Galimberti, Roberto Cristofoli, Francesca Rohr Vio (a c. di), Costruire la memoria: uso e abuso della storia fra tarda repubblica e primo principato. Venezia, 14-15 gennaio 2016, Monografie del Centro Ricerche di Documentazione sull’Antichità Classica, 41, L’Erma di Bretschneider, Roma 2017, pp. 256, ISBN 9788891312334.

 

Luigi Garofalo (a c. di), Celso teorico del diritto, Collana L’arte del diritto 32, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. VIII-272, ISBN 9788824324687.

 

Luigi Garofalo (a c. di), I beni di interesse pubblico nell’esperienza giuridica romana, Vol. I-II, Collana L’arte del diritto 31, Jovene Editore, Napoli 2016, X-755, pp. VIII-736, ISBN 9788824324496.

 

Luigi Garofalo, Francisco Cuena Boy, Derecho e historia en la antropología de Nicolás Gómez Dávila, Thomson Reuters - Aranzadi, Pamplona 2016, pp. 215, ISBN 9788491353447.

 

Gustavo Gozzo, Umano, non umano. Intervento umanitario, colonialismo e ‘primavere arabe’, Collana Democrazie, diritti, costituzioni, Il Mulino, Bologna 2015, pp. 325, ISBN 9788815258328.

 

Tanja Itgenshorst, Philippe Le Douze (dir.), La norme sous la République romaine et le Haute-Empire. Élaboration, diffusion et contournements, Scripta Antiqua, 96, Ausonius Éditions, Bordeaux 2017, pp. 684, ISBN 9782356131805.

 

Max Kaser, Rolf Knütel, Sebastian Lohsse, Römisches Privatrecht, 21. überarbeitete und erweiterte Auflage, Juristische Kurz-Lehrbücher, C.H. Beck Verlag, München 2017, pp. XXX-518, ISBN 9783406695599.

 

Adolfo La Rocca, Fabrizio  Oppedisano,  Il  senato  romano  nell’Italia  ostrogota, Saggi di storia antica, 39, L’Erma di Bretschneider, Roma 2016, pp. 220, ISBN 9788891310026.

Scritto alla ‘scuola’ di Andrea Giardina, il libro di La Rocca e Oppedisano colma una lacuna della storiografia recente, ovvero una riflessione condotta «in modo organico sul senato romano nell’Italia ostrogota». La ricerca, nata nel gruppo di lavoro sulle Variae di Cassiodoro (gruppo coordinato – come è noto – da A. Giardina e i cui risultati, preziosi, sono in corso di pubblicazione), ha infatti la finalità di mettere a sistema, esaminandoli mediante «un modello interpretativo coerente», i numerosi dati che promanano dalle fonti (in primis l’epistolario di Cassiodoro) «per giungere a una sintesi che po(ssa) offrire un quadro complessivo». Nell’introduzione (pp. 11 ss.), dopo aver didascalica- mente affrontato l’andamento del senato romano (vicende, funzionamento, competen- ze) da Costantino alla caduta dell’impero romano di Occidente, gli autori introducono subito uno dei nodi centrali della loro ricerca, ossia lo statuto giuridico dei senatori e le modalità di reclutamento del senato, a Roma e Costantinopoli, nel V sec. d.C. A questo proposito, rispetto alla tradizionale opinione dottrinale secondo cui nella seconda metà di V sec. d.C. si sarebbe determinata una cesura e il rango di clarissimo non avrebbe costituito garanzia di accesso all’assemblea, gli autori intravedono profili diversi per le vicende del senato di Roma e di quello di Costantinopoli: l’assimilazione non sarebbe meccanica, come pare evincersi proprio dalla lettura sistematica di Cassiodoro. Nei capitoli che seguono, gli autori prendono le mosse (cap. I) da una serrata disamina (pp. 34 ss.) di D. 1.9.12 (Ulp. 2 de cens.), evidenziando come il testo – senz’altro interpolato – non vada necessariamente inteso nel senso di una necessaria modificazione dell’accesso ai ranghi senatorii anche a Roma nel V/VI secolo d.C., come mostrano invece – per gli status di ordine senatorio e senato a Costantinopoli – una serie di costituzioni confluite nel Codex Iustinianus (e.g. 12.6.5.3) e, soprattutto, alcune novellae giustinianee (ad   es. Nov. 43). Differente è infatti il quadro che emerge dalla lettura delle Variae. Dopo l’inquadramento di questa fonte e della sua «testimonianza controversa» e del relativo dibattito dottrinale (cap. II, pp. 55 ss.), e in particolare delle testimonianze che lascerebbero intravvedere, ancora nell’Italia ostrogota, una sopravvivenza dell’ereditarietà dello status senatorio, gli autori soffermano la propria attenzione su «tre principali temi concernenti la composizione del senato»: l’accesso (invero residuale) mediante cariche (cap. III, pp. 63 ss.), la procedura di relatio in senatu (cap. IV, pp. 93 ss.) e l’eredita- rietà della funzione senatorio per requisito di nascita (cap. V, 127 ss., e cap. VI, pp.  145 ss., ove sono descritte le procedure d’ingresso e le relative attività di controllo). Infine, un ultimo capitolo (VII), opportunamente intitolato Divisione, unità e autonomia dell’ordine senatorio (pp. 179 ss., al quale fanno peraltro seguito brevi ma utili linee conclusive (pp. 201 ss.), traccia come un bilancio della ricerca, mettendo in luce come, nell’ultima fase del V secolo il senato di Roma si sia venuto sempre più stratificando, pur conservando un profilo unitario. A fronte di diverse condizioni di accesso all’assemblea senatoria (e di un diverso ‘peso’ all’interno dell’assemblea da parte dei senatori in ragione delle differenze di rango) non si sarebbe comunque venuta a determinare alcuna frattura di status (part. pp. 196 ss.): «clarissimi, spettabili e illustri … condividono il titolo di senator e il ius sententiae dicendae all’intero dell’assemblea», oltre a essere «congiuntamente rappresentati come ‘l’onore più ampio’, ‘il collegio dei più grandi’ etc.». È qui che si consuma, secondo gli autori (e non vi è motivo di non condividere tale considerazione), la più significativa differenza fra i senati di Costantinopoli e di Roma. Il primo, di costituzione recente, era in continuità con la tradizione romana per il tramite dell’imperatore. Il secondo, invece, fu in epoca ostrogota, «l’unico legame diretto con la tradizione romana», «unico depositario di una tradizione antichissima, molto più antica dell’imperatore e dei sovrani che lo avevano sostituito». Ciò avrebbe determinato l’emergere di «uno stile dominante nei rapporti tra senato e sovrano», sostanziantesi «nel ricercato equilibrio tra l’autonomia dell’ordine senatorio e il potere di nomina del re»; un equilibrio tale da determinare l’ereditarietà dello status senatorio e nel compromesso per cui al rex ostrogoto sarebbe stato permesso «determinare la gerarchia, non la composizione del senato» (pp. 203). Un senato che quindi avrebbe mantenuto un proprio profilo unitario (non incrinato cioè dalle divisioni di rango) e autonomo dal potere dei sovrani ostrogoti (aspetti, questi, che caratterizzano invece il senato di Costantinopoli). Il libro si segnala per la chiarezza espositiva, per la linearità e raffinatezza delle   argomentazioni, oltre che per la sobrietà delle citazioni della dottrina. Chiudono il libro utili indici (dei nomi antichi, degli autori moderni, delle fonti; pp. 205 ss.). [P. Buongiorno].

 

Lukas Lemcke, Imperial Transportation and Communication from the Third to the Late Fourth Century. The Golden Age of the cursus publicus, Collection Latomus 353, Éditions Latomus, Bruxelles 2016, pp. 162, ISBN 9789042933569.

 

Annamaria Manzo, «Magnum munus de iure respondendi sustinebat». Studi su Publio Rutilio Rufo, LED, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Milano 2016, pp. 114, ISBN 9788879168090.

 

Valerio Marotta, Esercizio e trasmissione del potere imperiale (secoli I-IV d.C.), G. Giappichelli Editore, Torino 2016, pp. XII-244, ISBN 9788892104792.

 

Aglaia McClintock (a c. di), Giuristi nati. Antropologia e diritto romano, Antropo- logia del mondo antico 7, Il Mulino, Bologna 2016, pp. 231, ISBN 9788815260536

 

Laura  Mecella, Luigi Russo (edd.), Scuole e maestri dall’età antica al medioevo. Atti della Giornata di Studi (Roma, 10 dicembre 2015), Edizioni Studium, Roma 2017, pp. 1-176, ISBN 9788838244346.

 

Tim B. Müller, Adam Tooze (hg.), Normalität und Fragilität. Demokratie nach dem Ersten Weltkrieg, Hamburger Edition, Hamburg 2015, pp. 518, ISBN 9783868542943.

 

Javier Paricio, Un siglo de la romanística complutense (1880-1987), Marcial Pons, Madrid-Barcelona-Buenos Aires-São Paulo 2017, pp. 99, ISBN 9788491232575.

 

Carmen Pennacchio, Riflessioni su contractus e pacta adiecta, Collana Abbrivi nuova serie 3, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. XXVIII-340, ISBN 9788824324366.

 

Isabella Piro (a c. di), Scritti per Alessandro Corbino, Vol. I-VII, Libellula Universi- ty Press, Tricase 2016, pp. XLVI-657, ISBN (opera completa) 9788867353323

 

Aldo Luigi Prosdocimi, Forme di lingua e contenuti istituzionali nella Roma delle origini 1, Collana L’arte del diritto 33, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. XII-639, ISBN 9788824324694.

 

Salvatore Puliatti (a c. di), L’ordine costituzionale come problema storico, Collana della Società italiana di Storia del Diritto, G. Giappichelli Editore, Torino 2016, pp. XII- 108, ISBN 9788892105850.

 

Giunio Rizzelli, Padri romani. Discorsi, modelli, norme, Edizioni Grifo, Lecce 2017, pp. 139, ISBN9788869940934.

 

Daniele Salvoldi, L’Egitto romano da Augusto a Diocleziano, Collana Historica Pa- perbacks 15, Ed. Arkadia, Cagliari 2016, pp. 152, con ill., ISBN 9788868511067.

In questo agile volume, Daniele Salvoldi (S.) mette a frutto la propria formazione egittologica per indagare la fase del dominio romano dell’Egitto nei primi tre secoli dell’era corrente. Sin dall’introduzione, appare subito evidente come intenzione di S. sia quella di affrontare la trattazione in modo agile e divulgativo, ma non per questo più approssimativo o meno documentato (le fonti essenziali sono ad es. esplicitamente citate). S. mostra inoltre di muoversi con fare sicuro nel frastagliato dibattito dottrinale (le cui linee d’indirizzo confluiscono nel ricco apparato di note, riprodotte a fine  testo, pp. 137 ss.); adopera poi, per la sua ricostruzione, tutte le fonti a disposizione, anche   in lingua demotica e copta (fonti, quest’ultime, talvolta ignorate dagli antichisti). Nei dodici capitoli che compongono il volume, S. mostra di preferire un taglio tematico e solo saltuariamente cronologico. Ma, poiché «nessuna storia si esaurisce fra due limiti cronologici precisi» (pp. 9 s.), non mancano un capitolo introduttivo (pp. 13 ss.) sulle Interferenze romane nell’Egitto tolemaico (273-51 a.C.) e uno sguardo alle riforme di Diocleziano e ai relativi effetti (pp. 134 ss.). Nel volume S. passa in rassegna le vicende della formazione della provincia, la sua amministrazione e il controllo militare da parte di Roma, le questioni inerenti a produzione, commerci e finanze. Ampia attenzione è altresì data da S. ai processi culturali (multiculturalismo e plurilinguismo) e ai fenomeni sociali (e.g. l’incesto) e religiosi tradizionali; non manca infine un’attenzione alle sorti delle comunità ebraiche e poi di quelle cristiane. Siamo insomma dinanzi a un libro essenziale, che pare porsi nel solco tracciato anni fa dalla collana Que sais-je? storicamente pubblicata in Francia dalle PUF; di certo non è un libro trascurato nei contenuti o nell’impianto: essi ci appaiono anzi solidi, come del resto l’insieme dei saperi di S. Un libro utile, insomma, non solo a quanti vogliano conseguire una prima informazione sull’Egitto romano, ma anche a quanti vorranno fare il punto sullo stato attuale del di- battito (o, sarebbe meglio dire, dei dibattiti) in materia. [P. Buongiorno].

 

Luigi Sandirocco, Vergini vestali. Onori, oneri, privilegi, riflessione sul «ius te- stamenti faciundi», Le vie del diritto 5, Aracne Editrice, Roma 2016, pp. 103, ISBN 9788854890190.

 

Luigi Sandirocco, Matrimoni romani tra diritto e  realtà.  Monogamia,  esogamia, etnogamia, Le vie del diritto 7, Aracne Editrice, Roma 2016, pp. 172, ISBN 9788854898127.

 

Paola Santini, «De loco publico fruendo». Sulle tracce di un interdetto, Collana del Consorzio Interuniversitario Gérard Boulvert 4, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. XII- 196, ISBN 9788824324397.

 

Laura Solidoro (a c. di), Regole e garanzie nel processo civile romano, G. Giappichelli Editore, Torino 2016, pp. 190, ISBN 9788892104747.

 

Luciano Traversa, Providentia e temeritas in Cicerone. Filosofia e prassi, Documenti e studi. Collana del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Bari ‘Aldo Moro’ – Sezione Storica, 65, pp. 192, ISBN 9788872288238.

 

Franco Vallocchia (a c. di), Un manoscritto inedito di Emilio Albertario sulle ‘usurae’ nel diritto romano, Collana dell’Università di Roma La Sapienza – Dipartimento di Scienze Giuridiche 111, Jovene Editore, Napoli 2016, pp. 208, ISBN 9788824324410.

 

Gloria Viarengo (a c. di), Unioni di fatto. Dal diritto romano ai diritti attuali, Atti dell’incontro italo-tedesco, Imperia 27-28 novembre 2015, Futuro anteriore 2, G. Giappichelli Editore, Torino 2016, pp. XV-145, ISBN 9788892107144.

 

Robin Waterfield, Nuvole a Occidente. La conquista romana della Grecia, trad. ita- liana di Omar Coloru, prefazione di Giusto Traina, Aspettando i barbari 3, 21 Editore, Palermo 2016, pp. 318, ISBN 9788899470142.


Max Weber, Economia e società. Diritto, Testo critico della Max Weber-Gesamtausgabe a cura di Werner Gephart e Siegfried Hermes. Edizione italiana a cura di Massimo Palma, Donzelli Editore, Roma 2016, pp. CXXXVIII-452, ISBN 9788868434595

 

Adolfo Wegmann Stockebrand, Obligatio re contracta, Ius Romanum. Beiträge zu Methode und Geschichte des römischen Rechts, 4, Mohr Siebeck, Tübingen 2017, pp. 329, ISBN 9783161544941.

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