Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto
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Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto

Direzione:

Francesca Lamberti

Dipartimento di Scienze Giuridiche, Università del Salento

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Via Sant'Ignazio di Loyola, 37 

73100 Lecce

 

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Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto, vol. 7 (2017)

Editoriale 2017

 

Per questo volume, in luogo di un mio editoriale, ho scelto di rifarmi alle parole di uno studioso olandese, Wouter J. Hanegraaff, comparse sul suo blog in un post del 26 dicembre 2015 (http://wouterjhanegraaff.blogspot.it/2015/12/perspective-2016.html), e ripubblicate in traduzione italiana nella rivista ROARS, nell’aprile di quest’anno. Mi sembra che rappresentino in modo (ahimé) assai realistico – e in linguaggio semplice e incisivo - la situazione nella quale versano ricerca e insegnamento universitario, in un trend tutt’altro che solo italiano. Esercizio di senso critico e ‘resistenza’ sono le uniche possibilità (come già scritto nei precedenti editoriali) di cui disponiamo per provare a invertire la rotta.

 

Francesca Lamberti

 

«Il mondo sta cambiando. Avverto il bisogno di cercare una prospettiva su ciò che accade attorno a noi, e su come il mutamento in atto sta trasformando radicalmente il nostro modo di pensare e di vivere, il nostro modo di concepire il possibile, le nostre aspettative sulla direzione che abbiamo intrapreso e, soprattutto, il nostro modo di immaginare in che direzione dovremmo incamminarci.

Le riflessioni che seguono hanno avuto una lunga gestazione. È da tempo – sono anni ormai – che in me si radica la sensazione di vivere un’epoca straordinaria, segnata da una trasformazione irreversibile che non ha precedenti nella storia dell’uomo. Stiamo entrando in un territorio inesplorato e non abbiamo mappe per predire o anche solo per cominciare a comprendere ciò che ci attende. Naturalmente, sono uno storico e sono perfettamente consapevole che il mondo è sempre stato in trasformazione: l’innovazione creativa è la regola, la stasi una mera illusione, ed eventi inaspettati possono accadere a ogni piè sospinto. Questo, almeno, è quanto è sempre accaduto. Ma ora sta succedendo qualcosa di più grande.

Fino a non molto tempo fa avevo la sensazione, da accademico e intellettuale, di dare il mio piccolo contributo a una grande storia che poteva essere descritta (nel bene o nel male, poco importa) come la storia della ‘Cultura Occidentale’, e non avevo motivo di credere che questa storia potesse interrompersi. Fatemi aggiungere che non nutrivo queste convinzioni in modo gretto e provinciale. Sono sempre stato assai attento al resto del mondo, a culture e stili di vita diversi dalle mie. Perché sono una persona curiosa, che ama guardare oltre confini del mondo che conosce. Nondimeno, la mia identità e i miei valori guida sono stati forgiati dalla storia culturale, intellettuale e spirituale dell’Europa. Quello è sempre stato il mio mondo.

Ma ora questo mondo cambia. Nei momenti bui avverto la cupa sensazione che molto presto – e molto prima di quanto pensavo potesse accadere solo pochi anni fa – entreremo in un’era nella quale – per parafrasare la voce narrante di Galadriel nella scena iniziale del film Il signore degli anelli – buona parte di quanto oggi riteniamo abbia valore sarà perduta per sempre, perché ‘non sarà in vita nessuno che potrà averne memoria’.

Sì, penso da elfo… Cresce in me la paura che la cultura che amo e cui tengo si stia disintegrando e scompaia attorno a me. Le foglie cadono. L’inverno sta arrivando.

Ma non ho alcuna intenzione di lasciarmi sopraffare da questo cupo pessimismo. Alla fine di queste righe proverò a uscire dal tunnel. Prima, però, voglio fare qualche passo indietro. Ho bisogno di vedere le cose in prospettiva. Quali sono i cambiamenti fondamentali che stanno avendo impatto su di noi e che possono spiegare il mio senso di declino, la mia sensazione di trovarmi alla vigilia di una perdita irreparabile?

 

1. Il regno del neoliberismo

Innanzitutto siamo stati testimoni dell’ascesa globale di ciò che – non trovo parole per descriverlo meglio – chiamerò il capitalismo neoliberale. Non intendo svolgere analisi approfondite in questa sede, perché penso che i più abbiano un’idea abbastanza nitida di cosa esso identifica.

Dagli anni Ottanta reaganiani e thatcheriani le nostre menti – progressivamente, ma fatalmente – sono state catturate dall’idea che ogni cosa che si dà al mondo può essere descritta in termini di ‘mercato’, e che i soli valori che contano sono valori esprimibili in termini economici. Ne è derivato un sistematico rovesciamento della normale relazione che si instaura fra mezzi e fini. Un tempo si dava la convinzione che il denaro fosse un mezzo per raggiungere i fini desiderati: ovviamente ci vuole denaro per creare buoni sistemi sanitari, ci vuole denaro per creare buone istituzioni nel campo dell’istruzione, e così via. Il denaro identificava un mezzo funzionale al perseguimento di obiettivi suscettibili di essere valutati nella loro autonoma consistenza.

Quella logica è stata rovesciata. La sanità e l’istruzione (per restare agli esempi appena fatti) sono oggi definiti quali prodotti inseriti in un mercato. Come tali, non identificano più fini desiderabili da perseguire perché intrinsecamente dotati di valore, per quello che sono e significano. Sono diventati mezzi per perseguire un nuovo e differente scopo: la massimizzazione del profitto. La logica interna di questo sistema tende a dirci che, in realtà, noi non dobbiamo preoccuparci troppo della circostanza che la gente goda veramente di una buona salute o acquisisca una buona istruzione. Ciò che conta è se la gente compra sanità e istruzione, con costi decrescenti e profitti crescenti. In breve, la salute e la conoscenza non sono più valori fondamentali. L’unico valore che conta è il valore monetario o economico.

Assistiamo al dispiegarsi di questa dinamica ovunque. Inclusa, naturalmente, l’Università. All’indomani della crisi finanziaria del 2008, e grazie agli auspici del governo più di destra che l’Olanda abbia mai avuto (il Rutte I), ho visto questa dinamica accelerare e andare fuori controllo. Come molti miei colleghi, ho cominciato ad avvertire la sensazione di continuare a fare il mio lavoro nell’Università (tentando di insegnare ai miei studenti qualcosa di reale, provando a focalizzare l’insegnamento sui contenuti, e cercando di tenere gli occhi sulla palla) non grazie, ma nonostante il sistema universitario.

L’istituzione si è trasformata in una fabbrica, concepita per produrre un prodotto che renda possibile il profitto. Per quanto gli amministratori e i politici si affannino a invocare la ‘eccellenza’ ed enfatizzino il bisogno di ‘qualità’ nell’istruzione, la verità è (come in qualsiasi altro settore dell’economia neoliberale) che la qualità è divenuta irrilevante per come funziona il sistema. Il quale riconosce solo dati quantificabili, che si prestano all’analisi statistica e che possono essere tradotti in termini economici e finanziari. Ne segue che le università non sono più votate all’istruzione ‘superiore’. Esse sono calate in un sistema operativo che sovverte i fini (gli scopi, gli obiettivi) che un tempo si riteneva esse dovessero perseguire. (…)

 

2. L’eccesso d’informazione e i suoi nefasti effetti

Il secondo cambiamento cruciale che è dato osservare nel contesto che viviamo, è l’eccesso di informazione, con i suoi effetti perniciosi. La rivoluzione dell’informazione ha preso piede ed è deflagrata con sempre maggior vigore a partire dai primi anni Novanta, in perfetta sincronia con l’ascesa del capitalismo neoliberista. I suoi fattori costitutivi sono noti, e in questa sede possono essere ricordati sommariamente. Tutti sappiamo quanto incredibilmente potenti siano le nuove tecnologie dell’informazione, quanto stiamo traendo vantaggio dai miracoli che queste tecnologie hanno reso possibili, e quanto ne siamo diventati dipendenti. Questi benefici sono assai tangibili (naturalmente, come tutti, ne beneficio quotidianamente, e detesterei perderli), ma il prezzo da pagare è ingente. In questo caso il problema non è il rovesciamento dei mezzi con i fini, ma la sempre più spiccata incapacità di distinguere tra informazioni affidabili, meno affidabili, e informazioni inaffidabili.

C’è un altro modo per dirlo: diventa sempre più difficile per tutti noi distinguere tra informazione e conoscenza (infatti, ho riscontrato che la più parte di noi resta profondamente interdetta di fronte all’ipotesi di continuare a pensare che questa distinzione abbia ancora senso). Abbiamo una quantità illimitata di informazioni a portata di dita, ma non siamo più in grado di discernere il vero dal falso. E questo è vero anche in campi molto specializzati della conoscenza. C’è stato un tempo in cui potevo mettere assieme una disamina ragionevolmente accurata e completa della letteratura scientifica su un dato argomento. Oggi sono travolto, anche in aree che conosco molto bene, da un quotidiano tsunami di pubblicazioni online (le quali, quasi inevitabilmente, sono preferite alle tradizionali pubblicazioni cartacee per il semplice motivo che è già troppo difficile gestire l’informazione disponibile online). Nessuno ce la fa a stare dietro a questo processo, e la situazione è resa più grave dalla circostanza che i tradizionali criteri di selezione non hanno più nulla a che fare con la reale qualità della pubblicazione: pezzi d’informazione davvero eccellenti si trovano gratuitamente online, mentre troppo di quanto riesce a farsi strada nei top journal (in Italia si direbbe: le ‘riviste di fascia A’) sottoposte alla valutazione fra pari è poco memorabile o addirittura di qualità mediocre.

Questo processo può in gran parte spiegarsi con le due dinamiche di cui si sta discutendo qui. L’impatto del capitalismo neoliberale sulle pubblicazioni accademiche ha significato che vendere un prodotto della ricerca (in questo caso: riuscire a vedere pubblicato il proprio articolo da un giornale peer-reviewed) è diventato molto più importante della reale qualità del prodotto. E inoltre che gli autori devono produrre ciò che il mercato sembra chiedere loro: se il tuo lavoro è troppo audace, originale, creativo, troppo fuori dal seminato, questo potrebbe diminuire le possibilità di veder accettato il lavoro nella rivista. Proprio come si è predicato in generale con riferimento alle dinamiche avviate dall’eccesso nefasto di informazione, accade che gli editors delle riviste e i revisori anonimi ricevono troppe richieste. L’effetto sono revisioni superficiali, sfornate frettolosamente e superficialmente da responsabili di riviste in perenne lotta contro un tempo che non hanno – in un contesto sempre più dominato da un apparato burocratico e impersonale che governa le scelte editoriali.

Tutto ciò fa sì che gli studiosi non lavorino più come una volta. I più bravi fra noi avevano l’abitudine di studiare un certo tema a fondo e in modo sistematico, nel tentativo di andare al fondo delle cose, perché ancora ritenevano che esistesse un ‘fondo’ da raggiungere. Ma quell’illusione è svanita e ci ritroviamo, invece, a collazionare dati, o a selezionarli in modo più o meno casuale. Troppo spesso avvertiamo la sensazione di non aver tempo per svolgere uno studio profondo e concentrato su una particolare fonte o su un lavoro specifico di un nostro collega. Perché, se no, che ne sarebbe di tutte quelle altre infinite fonti? Che ne sarebbe di tutti quegli altri studiosi i cui lavori si affastellano sulla scrivania o nel nostro computer in attesa di essere letti? Siamo sicuri di star leggendo l’articolo giusto in questo momento? Forse dovremmo leggere uno di quegli altri innumerevoli articoli che ci aspettano… Ma come scegliere? Come possiamo sapere quale fra loro merita la nostra attenzione e quale rappresenta solo una perdita di tempo, se non abbiamo preventivamente filtrato in qualche modo queste informazioni? E così continuiamo i nostri carotaggi, frettolosi e superficiali; oppure ci rassegniamo all’inevitabile e cominciamo a selezionare più o meno a caso.

(…)

 

3. Qualità

E allora verso dove andare, e perché? Ho cominciato queste righe ammettendo che di questi tempi mi sento spesso come gli elfi. L’inverno sta arrivando. Ma forse sono troppo legato al passato. Forse sono a lutto solo perché sono troppo innamorato della cultura europea. A dispetto di tutti i suoi orrori, crimini e tragedie, la amo ancora e l’ammiro. La considero cara per la sua incredibile bellezza, saggezza e – non per ultimi – la sua profonda ambivalenza e i suoi conflitti mai sopiti. In ultima analisi preferisco vedere la storia dell’Europa come l’epopea di un eroe, la storia di come abbiamo provato a migliorarci nonostante noi stessi, ponendoci obiettivi che avrebbero potuto essere impossibili da raggiungere, ma che abbiamo provato a raggiungere comunque – spesso con enormi costi per noi e per gli altri. Non voglio credere che questa lotta sia stata vana.

E allora dov’è la luce in fondo al tunnel? Non ho la presunzione di avere una risposta, e di sicuro non posso guardare nella sfera di cristallo. Sto solo cercando di acquisire una prospettiva che ci consenta di vederla questa luce. Una cosa mi sembra chiara: di sicuro l’unica strada da percorrere è quella di spiegare le nostre vele verso ciò che oggi ci manca. Per scoprire questo qualcosa che ci manca, potremmo chiederci cosa tiene uniti i due fattori chiave del capitalismo neoliberale e dell’eccesso nefasto d’informazione. A me sembra che la risposta sia molto semplice: l’assenza di qualità. Il capitalismo neoliberale è incapace di gestire la qualità e la converte in quantità; e sostituire il perseguimento della conoscenza con l’eccesso d’informazione impone di sacrificare la qualità a vantaggio dell’accumulazione dei dati.

Ciò che dobbiamo fare è rispondere alla domanda che Robert Pirsig si pose nel suo classico Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (1974): cos’è la qualità? Non fatevi fuorviare dalle apparenze o dalle prime impressioni: non si tratta di una questione astratta o filosofica, di cui discettare sorseggiando un buon bicchiere di vino a sera. È una ricerca esistenziale, inseparabile dalla ricerca dei veri valori. Se presa davvero sul serio, e se meditata a un livello profondo (e non ho la pretesa di riuscire a farcela in entrambi i casi, perché è davvero molto difficile farlo) essa metterà in gioco l’intero senso della nostra esistenza e determinerà tutto ciò che facciamo. Possiamo porci questo problema esplicitamente o solo implicitamente, forse impiegando termini differenti, o possiamo cercare di analizzarlo attraverso le nostre azioni invece che impiegando parole. Ma sarà sempre la ricerca della qualità.

È questo il mio suggerimento per accendere una luce che possa guidarci verso l’uscita da un tunnel che, lo riconosco, ho dipinto con toni molto bui. Forse non è molto, ma è quanto di meglio potevo fare. Non è una risposta, ma una domanda – non un obiettivo prefissato da raggiungere, ma un percorso aperto sul futuro. Se smettiamo di porci questa domanda – perché la riteniamo non più interessante o perché non ne capiamo più il senso – allora ho paura che per noi sia finita. Ma non credo che questo accadrà. Anche se la mutazione del cervello lavora contro di noi, devo credere che la ricerca della qualità sia troppo profondamente intrecciata in ciò che significa essere ‘umani’. Anche di fronte ai quotidiani attacchi d’ipnosi propugnati dai media, ai quali siamo tutti esposti, gli esseri umani continueranno a cercare valori e significati – semplicemente perché non possiamo aiutarci altrimenti.

E allora penso che sia questo il mio messaggio: restate svegli! Rifiutiamo di farci prendere in giro. Non permettiamo a noi stessi di farci inesorabilmente e docilmente accompagnare nella cultura della ‘compliance’ da un mondo privo di senso, fatto di mercati e dati, perché anche se questo mondo oggi appare dominante, esso letteralmente non ha futuro: niente per cui lottare o sperare.

Continuiamo a usare la nostra immaginazione per cercare ciò che è reale.»

 

(traduzione di Umberto Izzo

 

Wouter J. Hanegraaff

 

 

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